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martedì 23 maggio 2017

Gavirate (Handel)

Ci siamo molto divertiti. E ora possiamo andare a Halle, a casa del ciccione. Ma prima, il 2 giugno alle 21, saremo a Todi nel refettorio della Santissima Annunziata, quello dove abbiamo registrato Porpora. Stessa formazione, stesso programma: cantate italiane di un tedesco che ha preferito morire inglese. Il che la dice lunga...









giovedì 18 maggio 2017

18 anni fa



(...svegliarsi a ore assurde per dargli l'aggiunta... un incubo... ma era sempre meglio di adesso: più sanno parlare, meno capisci quello che vogliono... perché sono loro a non saperlo! Comunque, la testa ce l'ha. Quando dovrà farlo, la userà. Temo voglia fare l'economista...)

(...e 18 anni dopo John può attendere. Mi scuserò, così non la prenderà come una mancanza di rispetto o di interesse, perché certo non è tale. Quando scrive nel suo campo lo leggo con enorme piacere...)

(...allora ci vediamo dopodomani a Gavirate...)

(...Roberta è uguale. Lui decisamente no...)

mercoledì 17 maggio 2017

PIIGS (il film)

(...ricevo da un amico questa recensione che vi sottopongo. Il film è piaciuto anche a Vladimiro Giacché. Sotto vi dico cosa ne penso io...)



Tre giovani registi indipendenti hanno realizzato un film documentario “Piigs” che ricorda per alcuni aspetti “Inside Job” (documentario del 2010 sulla crisi finanziaria USA) e le storie proletarie di Ken Loach, con riferimento a una Cooperativa sociale costretta da molte difficoltà a causa dei vincoli e le restrizioni imposti ai finanziamenti pubblici. Narrato da Claudio Santamaria e con interviste a Noam Chomsky, Yanis Varoufakis ed Erri De Luca, e ad altri economisti [Ndc: altri?] esperti di economia europea e internazionale tra cui spiccano Paul De Grauwe e Warren Mosler, il film lavora su vari livelli e con l’ausilio degli esperti di economia riesce a chiarire con sufficiente rigore intellettuale gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure di politica fiscale restrittiva imposte agli stati europei dopo l’adozione della moneta unica. In particolare attraverso il piano macroeconomico, ben descritto da De Grauwe, si comprende l’effetto pro ciclico delle misure adottate sotto forma di riforme strutturali nei vari paesi (essenzialmente Italia e Grecia, ma chiaramente anche Spagna e Portogallo) e il fallimento cooperativo che ha caratterizzato l’azione dei governi di fronte alla crisi del 2009 e le sue fasi successive. Il mancato realizzarsi di una piena cooperazione tra i paesi dell’area euro sotto forma di una pronta e adeguata redistribuzione fiscale dal centro alla periferia (Piigs), in presenza dello shock esterno USA della crisi bancaria e l’avvitamento nella recessione che ne consegue. Il fattore ideologico sottostante, relativo all’ideologia dominante nelle stanze del potere, di chiara matrice neo liberista è ben tratteggiato anche grazie alle efficaci interviste a Milton Friedmann dipinto come il demonio liberista. Sul piano microeconomico l’io narrante (Santamaria) riesce attraverso le parole di Mosler a esemplificare bene come non ci sia frattura tra gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure adottate per smantellare lo stato sociale in Europa. La crisi importata dalle banche USA costringe i Piigs, a causa dell’impossibilità di compensare lo shock esterno con una svalutazione del cambio, a ripiegare su pesanti misure di deflazione interna, che colpiscono sul piano microeconomico le aziende più deboli che si fondano sul volontariato, fino alla penosa umiliazione degli esseri umani che le compongono…
Sul piano più alto delle ideologie, dell’analisi geopolitica e spiccano le parole di Chomsky, Erri De Luca e la testimonianza diretta di Varoufakis. Alla radice del male sociale resta, secondo la maggioranza degli intervistati, il disegno incompleto dell’euro, dove a fronte di una partenza con chiari svantaggi comparati per i Piigs non è stato disegnato un corretto schema di piena cooperazione e redistribuzione fiscale dai paesi vincitori ai vinti, né un adeguato meccanismo di uscita graduale per chi non riesce a nuotare con destrezza. L’euro resta un motore apparentemente immobile, ma è in realtà un satellite in rotta di collisione con la terra (proprio come nel film Melanconia la luna) e gli stessi artefici della costruzione dell’Hotel California  ammettono oggi l’esistenza di numerose asimmetrie nella possibilità di intervenire a favore degli stati e di classi intere della popolazione, che soffrono gli effetti dell’austerità fiscale eccessiva, una volta che gli stati si siano trasformati da distributori di beni e servizi per gli svantaggiati a meri impostori, ossia prenditori di tasse sempre più alte. Il film si chiude con le parole di Erri de Luca che sottolinea come gli aspetti demografici (sempre alla radice degli effetti economici) siano ancora (lievemente anche per effetto dei controlli dei media) a sfavore degli oppressi, una classe di pochi e male organizzati giovani individui contro la classe dominante dei vecchi artefici, che non mollano l’osso già ampiamente spolpato e faticosamente conquistato nel dopo guerra.


(...cosa ne penso? Che chi parla di disegno incompleto dell'euro non ha capito cosa sia l'euro, cioè non ha letto il libro che spiega cos'è - o i paper sui quali quel libro si basa, un po' meno accessibili. Penso anche che chi consente a certi personaggi di presentare le cose in questo modo non sta facendo un'informazione molto scrupolosa: siamo pur sempre nel 2017! Questo ovviamente nulla toglie al valore artistico, e magari anche politico, del film: alla fine laggente si convincono con le mozzioni, più che con le quazzioni, e quindi se vogliamo che laggente si ribellano, un discorso non pienamente coerente, ma emozionalmente forte, può avere un suo valore. Bach e Baglioni hanno in comune due lettere e dodici note: è pur sempre un inizio... D'altra parte, voi lo capite bene: perché mai al mondo Nord e Sud avrebbero dovuto cooperare? Perché mai si sarebbe dovuta verificare una redistribuzione da Nord a Sud? Che fosse necessaria lo si sapeva - Mundell (1961) - e che non fosse politicamente proponibile anche - Kaldor (1971). Quindi? Quindi il disegno era perfetto e ha prodotto i risultati che doveva produrre: la distruzione del welfare, come era chiaro a Featherstone (2001). Piagnucolare "autteità bbutta attiva" come il fariseo De Grauwe non ci porta da nessuna parte. Il piddino andrà al cinema, verserà la lacrimuccia, uscirà sentendosi migliore, penserà che il giorno dopo, oltre a ritirare i vestiti in lavanderia, dovrà anche chiedere "un'altra Europa", poi se ne dimenticherà - dell'Europa, non dei vestiti - e la cosa finirà lì. Quando nostro Signore ha detto che "la verità vi renderà liberi", non si è dimenticato di aggiungere "diffidate dalle imitazioni": lo ha semplicemente scritto fra le righe. Questo il mio pre-giudizio. Dopo di che, segnalare - andando a vederlo - che un lavoro su questo tema interessa è comunque un atto politico importante, quindi se vi capita andateci. Pare che sia un film bello, e il valore estetico prescinde dal contenuto politico: l'Iliade è un elogio dell'imperialismo, che è una cosa brutta, ma può evidentemente essere raccontata in modo bello - ancorché lievemente sessista. Lì la colpa, anziché dell'austerità, pare fosse di Elena: ma chi sa leggere fra le righe capisce benissimo com'era andata. Può anche darsi che smentiate il mio pregiudizio: magari qualcuno ha già elementi per farlo. Certo, Erri De Luca - economista come Scacciavillani - che fomenta la guerra intergenerazionale fra poveri non è un buon viatico, come non lo sono il compianto Donald o Efialte. Però su questo sarei indulgente: se vuoi fare un film che laggente vedono, devi usare pupi che laggente conoscono. Bene, vi lascio: devo rispondere a John, e devo andare a suonare a Gavirate della musica che laggente non capiscono...)

venerdì 12 maggio 2017

Gavirate (save the date)

La giornata è stata lunga e mi sento un po' così:


ma prima di spegnermi vi segnalo due appuntamenti in rosso, a Gavirate e poi il 3 a Todi (seguono dettagli).

Che c'entra il rosso? Bè, la diva è rossa. L'unico rosso sul quale si possa fare affidamento, anche se nel sondaggio che ho promosso su Twitter si sta collocando solo al terzo posto. La maggioranza è reticente... come me!

Naturalmente questi due concerti sono la preparazione per questo, e se non venite una parte del programma la trovate qui (però con una mora).

Gila, tu non puoi esimerti: lo so che le rosse ti piacciono!


(...estote parati...)

(...la linea del partito è: carini e coccolosi...)

giovedì 11 maggio 2017

Breve storia triste

(...leggetela senza cliccare sui link - tanto non lo fate mai! Poi provate a indovinare il protagonista. Poi cliccate sui link per avere la risposta...)

(...chi non obbedisce alle istruzioni avrà un figlio Erasmus...)




C'era una volta un macellaio dal grembiule rosa. Il capitale gli chiese di far entrare il paese in un accordo monetario insostenibile, per schiacciare i lavoratori con la svalutazione interna. Lui lo fece e riuscì nell'intento. Ne conseguì una guerra: lui morì male, e i lavoratori sopravvissuti, per un po', vissero bene.





(...e ora, se avete altre storie che non siano wishful thinking, siete ovviamente liberi di raccontarle: coi link, però...)

martedì 9 maggio 2017

Euro e politica



Roberto Buffagni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Cinque anni dopo: Macron e gli squilibri francesi": 

@ Pellegrina e Fabio Pini
Grazie per le repliche, rispondo sinteticamente.

1) Verissimo che "l'argomento euro è perfettamente sviscerabile in TV" e altrove, verissimo anche tutto quel che Alberto ci spiega generosamente qui da anni. Il problema è il seguente:

2) La razionalità c'entra fino a un certo punto. Quel che conta davvero è l'autorità di chi parla. L'autorità costituita, per il solo fatto di esserlo, garantisce il normale svolgimento della vita quotidiana di tutti, esattamente come il papà (di una volta) nella famiglia, e gode pertanto di un credito immenso, di un bonus sconto cazzate di valore inestimabile. Come dice Richelieu, "per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza". Ricordo che in Italia, dopo una guerra persa, una guerra civile atroce, il disonore dell'8 settembre, la monarchia si prese una valanga di voti, la Repubblica ha vinto per un pelo e probabilmente con qualche aiutino/broglio. Secondo voi come hanno fatto gli europeisti a introdurre l'euro? Sulla fiducia, perché erano l'autorità costituita (ed è probabilmente così che se ne potrà/dovrà uscire). L 'effetto di siderazione della propaganda, poi, è equivalente sul piano psicologico a un bombardamento a tappeto: non per il suo contenuto (prevalentemente cazzate) che conta poco più di zero, ma per l’ostensione di forza soverchiante, che appunto “sidera”, induce il timore reverenziale della potenza numinosa, l’inginocchiamento e l’obbedienza. I neoconservatori americani fecero uscire, prima della guerra contro l’Irak, un documento intitolato “Shock and Awe””, una lettura che consiglio caldamente a tutti. Il risultato è che el pueblo NON SI FIDA abbastanza dell'opposizione per affidarsi a lei (il celebre “salto nel buio”) e punto.

2) Perchè el pueblo si fidi dell'opposizione si devono dare queste condizioni: a) l'autorità costituita sta chiaramente mandando in vacca tutto, tipo guerra persa o miseria vera di massa che spaventa tutti (che NON c'è oggi in Europa) b) e/o l'opposizione si presenta come 10 volte più credibile dell'autorità costituita su un tema centrale, ed esprime con autorevolezza una persuasione GIA' largamente maggioritaria nel pueblo. Ce n'è uno solo, è l’elefante nel salotto dei powers that be, ed è l'immigrazione. Io poi lo so che è un tema pericoloso, che è indissolubilmente legato all'economia, alla geopolitica, etc., e che se vai al potere sono quelle, le cose su cui intervenire. Ma non è su quelle che conquisti la fiducia e prendi i voti.

3) Inoltre, el pueblo NON è unido, né giammai lo sarà perché per quanto il programma economico sociale dell'opposizione alla UE possa essere sociale, desinistra, socialista, welfarista, paracomunista, etc., ci sarà SEMPRE una forza di sinistra "critica" tipo Mélenchon con NON si alleerà MAI con la destra (pregiudiziale antifascista, internazionalismo, se serve una conferma istantanea basta leggere Fabio Pini e i molti altri come Luciano Barra Caracciolo che tirano in ballo il fascismo per definire la UE, una realtà che con il fascismo c'entra zero). Il FN ha un programma economico socialista (vero) e si prende i voti del 34% degli operai francesi, ma gli altri voti sul sociale se li prende Mélenchon, se li tiene stretti, e non glieli darà mai.

4) Sintesi dei punti precedenti: Il Fronte Nazionale di Liberazione destra e sinistra unite contro la UE non si farà MAI. Invece il Fronte Nazionale di Collaborazione destra e sinistra unite PER l’Unione Europea è GIA’ stato fatto, si chiama Emmanuel Macron, e si becca una larga maggioranza di voti. Meditare.

5) A questo si aggiunga il fatterello che una volta andati, grazie a una costellazione favorevole o a un intervento della Madonna di Fatima, al governo, bisogna anche governare. Per governare bisogna avere qualcosa come 5.000 persone minimo, interne alla classe dirigente non solo politica, che siano competenti (in grado di mandare avanti la baracca Stato, economia, FFAA) e affidabili (che non ti pugnalino immediatamente alla schiena), sennò succede quel che è successo a Trump, che va al potere per miracolo e poi fa la politica della Clinton perché il gruppo ristretto che lo ha sostenuto non si aspettava che vincesse e non aveva il personale indispensabile per implementare la sua politica (e anche perché Trump è un coglione psicolabile).

6) In Francia, la destra gaullista e la destra cattolica FN il nucleo indispensabile di dirigenti nello Stato e nelle FFAA ce l’hanno, la sinistra no. In Italia la destra antiUe NON ce l’ha, questo nucleo, perché siamo come diceva il generale “un pauvre pays”, e dunque va creato da quasi zero.

7) Va sempre tenuto presente che dati gli attuali rapporti di forza, l’obiettivo strategico massimo a cui si può tendere è imporre una battuta d’arresto al nemico, e togliergli almeno temporaneamente l’iniziativa. E’ pura fantasy l’idea che si possa passare all’attacco, sfondare e rimpiazzare il sistema politico, economico e istituzionale con qualcos’altro. Non esiste proprio il trionfo sans larmes, con la vittoria della ragione, la riconquista della sovranità nazionale, il rispetto della Costituzione antifascista, il ritorno al compromesso socialdemocratico, insomma il back to the future. Il nostro nemico è più forte, molto più forte di noi su tutti i piani, consenso compreso, ha tutta l’intenzione e la determinazione di durare e di estendere le sue conquiste, e ha anche una ideologia e una cultura che a me fanno vomitare, ma sono dominanti e coerenti, molto più dominanti e coerenti delle cento ideologie più o meno intelligenti e coerenti che alimentano il nostro campo.

8) E concludo accennando al vero problema di fondo delle opposizioni alla UE e al mondialismo, vale a dire all’assenza di una teoria complessiva della società di livello paragonabile al marxismo. Oggi le opposizioni al mondialismo sono nella situazione delle opposizioni socialiste nel 1830, senza “socialismo scientifico”, e quindi annaspano, come annaspavano gli anarchici, i blanquisti, i socialisti alla Victor Hugo coi suoi Misérables, etc. 


(...spero di non dover ripetere che siccome Roberto Buffagni è Roberto Buffagni, non è Alberto Bagnai, e quindi, per la proprietà antisimmetrica del non essere qualcosa di diverso da se stesso, io non sono lui. Esaurite queste doverose formalità e aspettato il primo pirla che "grazie professore per questo meraviglioso post" aggiungo due parole: tutto giusto e tutto vero, ma secondo me il punto più importante è l'ultimo. La sconfitta politica dei movimenti critici, anche quando hanno capito qualcosa, è in primo luogo una sconfitta comunicativa, è l'incapacità di comunicare quello che forse non c'è, ovvero un'ideologia, una visione del mondo, e l'essere costretti sulla negativa: no euro. Le Pen nell'ultimo dibattito è caduta in questa trappola comunicativa intaccando la propria autorità. Io ho provato, nei miei libri, a fornire una visione della società, ma non sono Marx - e nemmeno Keynes, e nemmeno Smith, e nemmeno la Rowling - altrimenti non starei a perder tempo qui con voi! Il lavoro da fare è quello, e qualcuno lo farà. Sono molto grato a Roberto per aver posto questa bella lapide sul "famoerpartitismo", sul "famoertavolotrasversalismo", e su altre intumescenze più o meno maligne del pensiero che personalmente ho sempre cauterizzato quando mi passavano accanto. Purtroppo per fare "erpartito" oltre all'ideologia - condizione necessaria - ci vogliono anche i soldi - condizione necessaria ma non sufficiente. Questo dice la storia. Per ora ci mancano due condizioni necessarie. Anzi: vi mancano: andate avanti voi...

Per il resto, sulla categoria di fascismo ci si potrebbe confrontare. Pinochet possiamo chiamarlo "diversamente strenuo difensore delle libertà civili dei propri oppositori". Il problema è che se scegli questa strada, lui ti garrota senza nemmeno darti la soddisfazione di gridargli in faccia: "fascista!". Mi spiace molto per quelli che "la destra sociale", ma a me la lettura che Luciano dà del nazifascismo come ricorrente fase acuta del liberismo - sostanzialmente, come un liberismo che non riesce più a convincere i lavoratori ad amputarsi diritti con le buone - convince molto. Va da sé che chi blatera di neoliberismo non sarà d'accordo - ma questo non è il caso di Roberto: il neismo è una malattia "de sinistra".

Ovviamente, si apra la discussione, ma io devo rivedere un pezzo lungo per Micromega e quindi non so quando potrò starvi dietro nell'immediato...)



lunedì 8 maggio 2017

Cinque anni dopo: Macron e gli squilibri francesi

A distanza di cinque anni, potrei riscrivervi lo stesso post: stesso sospiro di sollievo, stessa esultanza dei piddini, stessa retorica dell'"adesso si cambia sul serio"... Non lo scrivo perché questa volta lo ha fatto Marcello Foa (qui), e non credo ci sia moltissimo da aggiungere alla sua analisi.

Vi ricordo che dopo la "svolta" di Hollande, da noi prontamente inquadrata come fasulla, all'Economist occorsero sei mesi per capire che aria tirava (la famosa copertina), e due anni dopo erano tutti d'accordo con noi: il compagno Hollande l'Europa non l'aveva cambiata (ci facemmo un altro QED, il 27°). È un po' desolante constatare quanto sia vero che la storia insegna ma non ha allievi. Di lezioni, da quanto è successo, se ne potrebbero trarre molte. L'elemento più interessante dal punto di vista politico è il suicidio della Le Pen in diretta televisiva nel corso del secondo dibattito. Io non so che dibattito abbiano visto molti di voi. Io ho visto quello in francese, nel quale fin dalle prime battute la Le Pen ha percorso una strada chiaramente inefficace. Non ho idea del perché l'abbia fatto. Temo però che la risposta sia sempre la solita: fare l'opposizione al proprio governo nazionale è un mestiere molto più comodo che non opporsi allo Zeitgeist. Sicuramente ha giocato un ruolo la scarsa preparazione nel campo determinante per orientare il voto (o la scarsa volontà di entrarci, magari determinata da una errata percezione delle priorità). L'analisi di Agénor sul blog di a/simmetrie mostra che le determinanti socioeconomiche erano state fondamentali al primo turno (e tali si poteva presumere che restassero al secondo). L'incapacità della Le Pen di spiegare cosa volesse effettivamente fare dell'euro, la sua incredibile inefficacia di approfittare delle tante palle "alzate" da Macron (quando questi ha ammesso l'esistenza di disoccupazione di massa, ci voleva tanto a chiarire che questa è funzionale al progetto europeo?), hanno determinato un risultato peggiore del prevedibile.

Riusciranno i nostri leader, di qualsiasi colore, a capire che quello economico non è un tema residuale? Anche in Italia abbiamo evidenze analoghe a quelle raccolte da Agénor. Riusciranno a capire che dall'estero non arriverà la cavalleria a salvarli, ma, come ci ammonisce regolarmente Andrea Mazzalai, una nuova crisi alla quale, in queste condizioni, saremo costretti a rispondere con altri cinque punti di disoccupazione in più? Indipendentemente da questo, riusciranno a capire che le divergenze fra paesi membri e dentro i paesi membri sono destinate comunque a crescere, rendendo al tempo stesso più costosa (e quindi meno proponibile e sostenibile politicamente) un'Europa federale, e più probabile una disgregazione violenta, quando la polarizzazione dei redditi diventerà a sua volta politicamente insostenibile?

Quello che qui non si può dire, Dani Rodrik a Harvard può permettersi di dirlo: "Gli economisti sanno da tempo che un tasso di cambio gestito male può essere disastroso per la crescita economica". Il suo contributo, suo di lui, di Rodrik, sarebbe quello di dimostrare che non solo un cambio sopravvalutato deprime la crescita, ma (udite, udite!) un cambio sottovalutato la stimola! Che novità! Qual è la conseguenza pratica, qui e ora, di questo brillante risultato teorico dimostrato utilizzando dati dell'universo mondo? Semplice! Siccome la moneta unica ha, per definizione, un valore intermedio fra quello delle economie più forti e di quelle più deboli, essa è debole per le forti (stimolandone la crescita) e forte per le deboli (ostacolandone la crescita). Questo ci spiegano i migliori ad Harvard: che la tendenza alla disgregazione reale dell'Eurozona, cioè alla divergenza delle sue economie (le migliori staranno meglio e le peggiori peggio), è oggettiva, e che non c'è nulla che possa renderla politicamente sostenibile, tranne la volontà dei paesi deboli di assoggettarsi in qualità di colonie alla potenza egemone (come è successo alla Grecia).

Questo esito è politicamente proponibile? In particolare, agli USA farà comodo confrontarsi con un IV Reich?

Io ho posto la domanda, e non sta a me dare la risposta. Lasciamone parlare i politologi. "A me col dolcificante, grazie!".

Quanto a noi, vorrei solo riportare qui, brevemente, un cruscotto della situazione macroeconomica francese, per valutare se le tensioni che Macron si trova a dover gestire sono di un ordine di grandezza analogo a quelle che Hollande fronteggiava.

Che Francia eredita Macron da Hollande?

Partiamo dal solito grafico, quello dei saldi settoriali (spiegato mille volte a partire da qui), che nel caso francese avevamo considerato qui e qui (il secondo link è utile perché dà una presentazione succinta dello strumento e delle fonti dei dati). All'epoca dell'elezione di Hollande (maggio 2012) la situazione era abbastanza maiala (ma non nel senso di majalis), come ricorderete. Vi fornisco qui il grafico dei saldi settoriali tratto dalla versione aprile 2012 del WEO, con le previsioni a cinque anni (cioè ad oggi):


Che capolavoro di wishful thinking! Per il Fmi, Hollande, facendo cambiare verso all'Europa, nel suo mandato avrebbe riportato tutti i saldi settoriali all'equilibrio: una correzione di circa 4 punti di Pil avrebbe riportato in equilibrio il deficit pubblico (risparmio netto negativo del settore pubblico, la linea arancione), mentre il risparmio netto del settore privato sarebbe anche lui diminuito (per effetto, si suppone, di una ripresa dei consumi e degli investimenti: è la linea blu), con una correzione di circa -2.5 punti di Pil, e così, essendo i settori interni in equilibrio finanziario, la Francia avrebbe smesso di importare capitali (la linea verde sarebbe scesa verso lo zero, con una correzione di -1.5 punti di Pil).

I dati di oggi ci dicono che le cose non sono andate esattamente così. Prima di riproporvi il grafico a oggi (con il disegnino di quello che ci aspetta nel futuro) confronto con voi le correzioni dei saldi che il Fmi si attendeva nel 2012, con quelle che ci riporta nel 2017.

La correzione del saldo pubblico è stata meno della metà di quella attesa, e la correzione del saldo estero pressoché inesistente, il che significa che la Francia continua a essere una importatrice netta di capitali dall'estero.

Ma naturalmente cosa si aspetta il Fmi dal quinquennato di Macron? Questo:


Ne traiamo due conclusioni. La prima è che lavorare al Fmi è una pacchia (soprattutto considerando che non è chiaro dove si paghino le tasse): quando devi fare una previsione, tiri una linea che va da dove sei arrivato allo zero, e fine lì! Altro che stimare equazioni, modelli, rompersi il capo sugli scenari politici...

La seconda è quella del grafico precedente: Hollande ha lasciato la Francia (e in particolare il suo saldo estero) più o meno dove l'ha trovata. Non poteva fare diversamente, d'altra parte: le tendenze sono oggettive. Senza riallineamento del cambio, la competitività non migliora: e in assenza di miglioramento della competitività, la domanda estera manca, e bisogna supplire con l'altra fonte di domanda autonoma, il deficit pubblico. I due studi più recenti sul tema, quello di El-Shagi et al. (2016), che abbiamo visto qui, e quello di Durand e Villemot (2016), che trovate qui, stimano che l'euro per la Francia sia sopravvalutato dal 3.6% all'11% (a seconda dei metodi di calcolo). In entrambi i casi, più di quanto non lo sia per l'Italia.

Naturalmente se accennate questa cosa agli esperti che frequentano certi blog, la risposta sarà una scrollata di spalle. "Ma come!" vi diranno: "Non vedete che i REER sono perfettamente allineati?" E vi mostreranno un grafico di questo tipo:



nel quale gli errori principali sono tre. Il primo è che non ha senso includere lo zero nell'asse delle ordinate, perché in questo modo si "schiaccia" la dinamica delle variabili, che è esattamente quello che un indice deve mostrare. Il secondo è che la scelta della base crea una illusione ottica: se come base di un indice si prende l'ultimo anno del campione (o un anno vicino alla fine del campione), gli indici per forza di cose appariranno convergenti verso il valore 100 che arbitrariamente si dà loro nell'anno base (e che ovviamente non è - essendo arbitrario - un valore di "equilibrio").

Basta però cambiare base (prendendola all'inizio del campione), e le cose si presentano in modo lievemente diverso:


Qui risulta una persistente divergenza fra tassi di cambio effettivi reali, che vede quello italiano apprezzato rispetto a quello medio dell'Eurozona (RBXM), e quello tedesco deprezzato rispetto alla media e rispetto alla Francia, che nel quinquennato di Hollande non riesce a raggiungere (verso il basso) il proprio fratello coltello (la Germania). Nota che in entrambi i casi i dati dicono la stessa cosa: che dal 1994 al 2017 il cambio effettivo reale francese si è deprezzato del 14% e quello tedesco del 17% (cioè di più). Tuttavia la prima presentazione dei dati è involontariamente disonesta perché mira a suggerire una convergenza verso l'equilibrio che nel caso in questione è un mero artefatto grafico: non esiste infatti alcun motivo per il quale 100 possa essere considerato un valore di equilibrio (la disonestà è certamente involontaria perché, come i fatti dimostrano, normalmente chi parla di REER non sa di cosa stia parlando, non ha una preparazione specifica in economia, non ha esperienza di ricerca in economia internazionale, non ha idea di come funzionino i numeri indici e ignora in generale i rudimenti della statistica economica: quindi non può nemmeno essere disonesto, lui, mentre eventualmente si può pensare che ci sia un po' di slealtà intellettuale in chi gli dà un pulpito: ma questo è il mercato, che, come sapete, nel lungo periodo sa curare le sue storture!)

Il terzo motivo per il quale il grafico degli esperti da bar in realtà dice poco è che se si parla di tensioni interne all'Eurozona non ha molto senso osservare il REER (real effective exchange rate), dato che questo esprime la competitività del paese rispetto a tutti i partner commerciali, e quindi risente anche di eventi "esterni" all'Eurozona, come la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro (che non altera il rapporto valutario fra Francia e Germania). Sarebbe più utile osservare un RER bilaterale fra Francia e Germania (dove, appunto, manca la e di effective, perché quello che ci interessa non è l'effettivo - erga omnes - ma il bilaterale).

Dati disponibili non ce ne sono, ma un'idea la si può ricavare rapidamente in due modi. Il primo è prendere il rapporto fra i cambi effettivi. Dato che il REER francese è Pf/Pw (prezzi Francia su prezzi mondo) e il tedesco è Pg/Pw (prezzi Germania su prezzi mondo), prendendo il rapporto di queste due grandezze Pw si semplifica e restiamo con Pf/Pg (i limiti di questo approccio ve li dico dopo). Se operiamo così, otteniamo un grafico di questo tipo:


ed emerge chiara la tendenza "rivalutazionista" (per usare il termine introdotto nel dibattito da un brillante civil servant) della Francia, cioè la sua progressiva perdita di competitività rispetto alla Germania. Questa tendenza si interrompe nel 2012, in effetti (quindi Hollande qualcosa ha fatto: e in effetti in caso contrario non sarebbe stato tanto detestato!), ma probabilmente non abbastanza. Va anche detto che questo modo di calcolare il RER bilaterale ha qualche difettuccio. Ad esempio, siccome i REER sono calcolati in base ai prezzi al consumo, confondono prezzi di beni tradable (le automobili) e non tradable (il parrucchiere). In Germania i servizi (non tradable) hanno una produttività deplorevole, come qui sappiamo da tempo, quindi questo tipo di analisi rischia di far sembrare la Francia relativamente più competitiva di quanto non sia (cioè di sottostimare la sua perdita di competitività, sottostimando la competitività tedesca). Inoltre, per la Francia la Germania è un importante pezzo del "mondo" (e viceversa), per cui la semplificazione che vi ho proposto in realtà è un po' grossolana.

Forse si può fare di meglio rapportando gli indici dei deflatori delle esportazioni di Francia e Germania. In questo modo si rapportano direttamente i prezzi che i due paesi praticano sui mercati esteri. Li possiamo ricavare dai World Development Indicators (nota tecnica: ho rapportato export in dollari correnti a export in dollari 2010 e poi preso il rapporto di questi due deflatori impliciti). In questo caso la storia si presenta così:


Misurandolo meglio il quadro non cambia molto. Appare molto più evidente però da quando (e quindi perché) la Francia ha perso competitività. L'indice si impenna (cioè la competitività si deteriora) a partire dal 2003, cioè in buona sostanza, dall'entrata in vigore delle riforme Hartz, delle quali una volta solo noi sottolineavamo il potenziale distruttivo per gli equilibri europei (qui), mentre oggi ci assistono nel compito perfino gli esperti della Merkel! Anche qui si vede una correzione verso la fine, ma è difficile dire se si tratti o meno di una vera inversione di tendenza (i dati WDI disponibili arrivano solo fino al 2015).

Il problema di competitività quindi esiste: lo mette in evidenza la letteratura scientifica, che può stimare il cambio di equilibrio analizzando i fondamentali, ma lo si intuisce anche da un'analisi informale dei dati, secondo la quale lo scarto fra cambio reale francese e tedesco si è allargato dalle riforme tedesche in poi. Se questa è la causa, quale potrà essere la cura? In teoria, sarebbe quella che propone Macron: riformare di più anche il mercato del lavoro francese.

Esorterei però tutti quelli che si stanno riconzolando co l'ajetto della Schadenfreude a non farsi troppe illusioni. Macron difficilmente farà un bagno di sangue. Credo che abbia ragione il mio coautore francese preferito. Siamo in una pentola a pressione, e ora qualcuno ha aperto la valvola. Il vapore esce perché il cuoco tedesco non vuole saltare per aria. Prima della Brexit una Le Pen al secondo turno sarebbe stata salutata dal panico sui mercati. Dopo la Brexit il potere è diventato più furbo di così: evita di provocare un elettorato che ha imparato a ribellarsi (e che quindi viene vilipeso come ignorante e populista da Mariucce Antoniette di varia estrazione e professione).

La mia valutazione, a oggi, non può che essere quella della scienza economica: le tendenze alla disgregazione sono lì, oggettive, e continuano a agire. Ma contare sul fatto che Macron dia una mano ad accelerarle potrebbe rivelarsi un errore. In altre parole, penso che, esattamente come nel precedente giro di valzer, occorreranno sei mesi all'Economist per capire che c'è qualcosa che non va, e due anni al resto del mondo per prenderne atto.

L'unico elemento che potrebbe cambiare le carte in tavola (in un modo che personalmente non so valutare) sono le elezioni parlamentari (come ammonisce da tempo Mazzalai). Hollande poteva contare su una maggioranza parlamentare. Macron deve in qualche modo inventarsela, e fronteggia un'opposizione che almeno sulla carta dovrebbe essere agguerrita (nonostante il risultato molto meno brillante del previsto). Ma avere la mano meno libera nel redigere i compiti a casa è, almeno in prima battuta, una cosa che ostacola, anziché accelerare, l'acquisizione da parte dell'elettorato francese di una consapevolezza profonda su quale sia la condizione oggettiva della Francia e su cosa sarebbe necessario per ovviare a questa deprimente situazione.

Non c'è che dire: l'anno è nato interessante, e interessante resta... purtroppo!