giovedì 17 maggio 2018

La relazione pericolosa

La situazione nella quale mi sono trovato ieri in Commissione Speciale pare fosse completamente inedita. Ricapitolando: del DEF normalmente si occupa la V Commissione Permanente (Bilancio), che però, come sapete, al pari delle altre Commissioni Permanenti non si è ancora potuta insediare, perché ancora non si sa chi sia esattamente maggioranza e chi opposizione (e quindi non si possono assegnare le presidenze di commissione in modo da riflettere e controbilanciare l'equilibrio di poteri determinato - o non determinato! - dal voto). Il governo dimissionario, che avrebbe dovuto presentare il DEF il 10 aprile, ha avuto due ordini di riguardi: ha aspettato un po', per vedere se gli equilibri si definivano, e non ha inserito il "quadro programmatico", cioè non ci ha detto cosa avrebbe voluto fare, dato che in tutta questa incertezza una cosa sola era certa: che qualsiasi cosa fosse, non l'avrebbe fatta lui.

La cosa a grandi linee normalmente va così: c'è un governo, presenta il DEF entro il 10 aprile, viene assegnato per la discussione alla V Commissione, nella quale un relatore di maggioranza riferisce, la discussione si svolge, ognuno dice come la pensa sulle misure proposte dal governo, e poi si dà mandato al relatore di riferire in aula (favorevolmente, per forza di cose, visto che il DEF è prodotto da un governo espressione della stessa maggioranza del relatore).

Questa volta l'affare era piuttosto ingarbugliato, perché il DEF è espressione di un governo che non c'è più (anche se ogni tanto si comporta come se ci fosse ancora), il relatore, per forza di cose, era espressione di una maggioranza che non c'è ancora (per poco), e la discussione sulle misure contenute nel DEF era per definizione una discussione sul nulla, dal momento che il DEF in buona sostanza misure non ne contiene (d'altra parte, se c'è il pilota automatico, forse non si vede nemmeno perché mai dovrebbe contenerne)!

Ho passato due o tre giorni a cercar di capire cosa avrei dovuto fare, realizzando, a poco a poco, che cosa fare esattamente non era chiaro a molti, perché una situazione simile in effetti non si era mai presentata. Io, per non sbagliare, l'ho presa con il mio consueto spirito di servizio: siamo un'assemblea, dobbiamo discutere un documento, mi tocca riferire: bene: cercherò di chiarire bene cosa c'è nel documento, in modo che sia più facile discuterne il contenuto. Dato che nel documento c'era solo il tendenziale, ho discusso quello.  Male non fare, paura non avere...

Condivido con voi la mia relazione, e poi, a seguire, vi rinvio al resoconto sommario della discussione che ne è seguita: una discussione della quale avrete modo di apprezzare il punto nodale, che era decidere se nominare o meno un senatore leghista (barbaro) per riferire in aula su un DEF del PD. Apprezzerete il contributo costruttivo dei colleghi del 5 stelle.

La relazione


Come è noto, in ragione del momento di transizione il DEF al nostro esame è stato presentato in ritardo rispetto alle scadenze naturali e non contempla alcun impegno per il futuro, bensì si limita alla descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue.
Fornirò una sintesi dei principali elementi che il governo propone alla valutazione delle Camere, articolandola secondo le principali sezioni in cui si articola il documento, e fornendo limitati spunti di analisi. In particolare, evidenzierò le principali modifiche sopravvenute negli scenari proposti rispetto alla Nota di Aggiornamento al DEF presentata nel settembre scorso.
Per quanto concerne il quadro macroeconomico descritto nel Programma di stabilità (Tavola 1 del primo capitolo), nel periodo di previsione preso in considerazione nel DEF, le stime contemplano una crescita del PIL pari a 1,5% nel 2018 e 1,4% nel 2019 e una riduzione del tasso di disoccupazione rispettivamente al 10,7% nel 2018 e al 10,2% nel 2019. Il principale mutamento intervenuto rispetto al NADEF 2017 è una revisione al rialzo della crescita, rispettivamente di 0,3 e 0,2 punti, in ragione del quadro internazionale più favorevole, riflettendo anche gli orientamenti del Fondo Monetario Internazionale, che fra ottobre 2017 e aprile 2018 ha rivisto al rialzo in misura analoga la crescita reale dell’economia italiana.
Prima di fornire elementi di valutazione di questo quadro previsionale, mi limito ad osservare che incrociandolo con le previsioni demografiche dell’ISTAT si ricava che data questa crescita, nel 2021 il Pil pro capite degli italiani sarà pari a circa 27.700 euro ai prezzi del 2010, ancora al disotto del massimo antecedente alla crisi, raggiunto nel 2007 con 28.699 euro, e prossimo al valore del 2003, pari a 27.684 euro (fonte AMECO).
Il quadro previsionale è stato valutato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in conformità al regolamento EU 473/2013 (cosiddetto Two pack), che lo ha validato rilevando tuttavia nell’audizione del 9 maggio scorso come le previsioni del Governo siano “in prossimità” o “marginalmente superiori” al limite massimo delle previsioni fornite dai valutatori indipendenti (Fig. 1.2 dell’audizione). Diversi osservatori, fra cui Confindustria, nella sua audizione del 15 maggio scorso, hanno segnalato il rischio di sovrastima della crescita, legato in particolare al fatto che il quadro previsionale non sconta l’effetto recessivo determinato dall’attivazione delle c.d. “clausole di salvaguardia” (delle quali si dirà più avanti). Preme sottolineare a questo riguardo che rispetto al momento in cui le previsioni sono state formulate sono emerse fragilità nella crescita tedesca (l’Ufficio Federale di Statistica ha dato conto di un rallentamento di 0,3 punti nella crescita dell’ultimo trimestre 2017 in ragione di un “rallentamento del commercio mondiale”), e il Centro Europa Ricerche (CER), uno dei valutatori indipendenti, nella sua nota di aggiornamento del 14 maggio scorso evidenzia un rallentamento della crescita del secondo trimestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017.
Va dato atto al governo di aver fatto una analisi di sensitività rispetto ai principali fattori di rischio connessi alle tensioni geopolitiche, commerciali e finanziarie presenti a livello globale, tensioni alle quali si è aggiunta la decisione relativa agli accordi sul nucleare iraniano, suscettibili di effetti sull'attività delle nostre aziende operanti in quel paese.
Un primo gruppo di rischi attiene alla stabilità finanziaria: questa potrebbe venire interessata negativamente dall’attuale situazione di elevati corsi azionari, bassi e poco differenziati rendimenti obbligazionari,  ridotta volatilità, cui si è abituata la gestione degli investitori, ed elevati livelli di indebitamento pubblico e soprattutto privato di alcuni paesi emergenti. A ciò deve aggiungersi il possibile fattore di rischio connesso ad un eventuale inasprimento delle condizioni dei mercati finanziari connesso alla prossima fine del Quantitative easing. Si segnala, tra le altre, la dichiarazione di Villeroy (Banca di Francia e board BCE) che ha dichiarato: “il QE si sta avvicinando alla conclusione, se sia a settembre o dicembre non fa alcuna differenza”.
Un secondo fattore di rischio attiene alle possibili evoluzioni delle misure protezionistiche avviate dagli Stati Uniti, cui il Def dedica un apposito focus, articolato secondo due differenti scenari, più intenso il primo e più moderato il secondo.
Si osserva tuttavia che non viene fatta un’analisi di sensitività del quadro previsionale rispetto a due variabili cruciali: il cambio euro/dollaro, che potrebbe rivelarsi più alto del previsto in ragione fra l’altro dell’elevatissimo surplus dell’Eurozona (principalmente ascrivibile all’economia tedesca), mal tollerato dagli Stati Uniti, e il prezzo del petrolio, per il quale valgono considerazioni analoghe.
Per quanto riguarda la finanza pubblica, il quadro tendenziale prevede una riduzione del deficit all’1,6% del PIL nel 2018 e allo 0,8% nel 2019, con l’avanzo primario in crescita rispettivamente all’1,9% e al 2,7%. Il debito pubblico è previsto scendere al 130,8% del PIL nell’anno in corso e al 128% l’anno prossimo.
La principale modifica intervenuta rispetto al quadro proposto dal NADEF2017 riguarda la contabilizzazione degli interventi a favore del sistema bancario.
A tale proposito ricordo che con la Relazione al Parlamento presentata alle Camere in data 19 dicembre 2016, ai sensi dell’articolo 6 della legge n. 243 del 2012, il Governo chiese l’autorizzazione ad emettere titoli di debito pubblico fino ad un massimo pari a 20 miliardi di euro per l’anno 2017, per l’eventuale adozione di tali provvedimenti. La Nota di aggiornamento al DEF 2017 precisava che, trattandosi di partite finanziarie, si era ipotizzato un impatto nullo sull’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche.
Giova ricordare che la Verifica delle quantificazioni n. 555 realizzata dal Servizio del bilancio della Camera in data 6 luglio 2017 aveva evidenziato l’esigenza di ulteriori indagini. L’Istat, nella Comunicazione diffusa il 4 aprile 2018, ha in effetti rettificato le considerazioni espresse nel NADEF2017 dando conto di alcune revisioni dei dati relativi all’indebitamento netto e al debito per il 2017, dovute in larga parte all’inclusione nelle stime riferite a tali indicatori degli effetti delle operazioni riguardanti le banche in difficoltà. Tali revisioni sono per lo più ascrivibili alla decisione assunta da Eurostat nel parere pubblicato il 3 aprile 2018, che ha fornito indicazioni metodologiche circa il corretto trattamento contabile delle operazioni relative alle banche venete, attribuendo alle stesse un impatto, non solo ai fini del fabbisogno, ma anche dell’indebitamento netto (a differenza quindi di quanto previsto dalla Nadef 2017).
Dai dati forniti risulta che le operazioni relative alle banche in difficoltà hanno determinato nel 2017 effetti anche sull’indebitamento netto per circa 6,3 miliardi, di cui circa 1,6 miliardi derivanti dalle operazioni relative a Monte Paschi di Siena e circa 4,8 miliardi ascrivibili alle operazioni sulle banche venete. La decisione Eurostat ha modificato anche l’impatto sul debito delle operazioni riferite alle banche venete.
Tenendo conto di queste modifiche, si prospetta comunque una riduzione progressiva del deficit tendenziale sia in valore assoluto sia in percentuale del PIL, raggiungendo un sostanziale pareggio nel 2020 ed un lieve avanzo nell’ultimo anno di previsione. Il miglioramento deriva sostanzialmente dall’incremento dell’avanzo primario, che dovrebbe via via salire sino ad arrivare al 3,7 per cento del PIL nel 2021. La spesa per interessi è prevista ridursi dal 3,8 per cento del PIL registrato nel 2017 al 3,5 per cento nel 2018 e poi stabilizzarsi.
Tuttavia, anche in conseguenza delle vicende relative alle banche in difficoltà, la cosiddetta “regola del debito” non appare rispettata in base a nessuno dei tre noti criteri previsti dalla normativa UE.
Quanto al miglioramento dell’avanzo primario, questo sconta soprattutto una riduzione dell’incidenza sul PIL delle uscite primarie, in particolare di quelle di natura corrente, data anche la natura a legislazione vigente della previsione. A questo proposito, sta destando un certo allarme nell’opinione pubblica il dato evidenziato dalla Tabella 2.2 delle “Analisi e tendenze di finanza pubblica”, secondo cui dal 2019 la spesa sanitaria scenderebbe sotto il livello minimo consigliato dall’OCSE, pari al 6,5% del Pil, dato evidenziato anche dal rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nell’audizione del 15 maggio scorso. Notiamo, incidentalmente, come la stessa audizione abbia evidenziato che il contributo al risanamento del debito delle amministrazioni pubbliche stia avvenendo largamente per opera delle amministrazioni locali, causando alcune difficoltà nell’assicurare i servizi ai cittadini che ad esse competono.
Inoltre, il quadro economico-finanziario prospettato nel DEF, non avendo natura programmatica, contempla l’aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore. Come già avvenuto negli anni scorsi, tale aumento potrà essere sostituito da misure alternative con futuri interventi legislativi che potranno essere valutati dal prossimo Governo.
Il DEF aggiorna altresì le previsioni tendenziali relative al saldo strutturale, che è previsto migliorare progressivamente passando da una stima di -1,1 per cento nel 2017 a un lieve avanzo nel 2020 (+0,1), che si mantiene anche nel 2021. Su questo punto va segnalato che la Commissione europea stima un saldo strutturale peggiore rispetto al DEF di -0,6 punti di PIL nel 2017, -0,7 punti nel 2018 e -1,6 punti nel 2019. In tutti e tre gli anni incide una diversa valutazione della componente ciclica del bilancio che, secondo la Commissione, è inferiore di 0,6 punti annui rispetto a quanto stimato dal DEF, una divergenza che discende in larga misura dalle diverse metodologie seguite da Governo e Commissione per stimare l’output gap. Pur conservando riserve di ordine scientifico su questo criterio, il relatore dà atto al Governo di aver proposto ed in parte applicato una riforma della metodologia di calcolo meno penalizzante per il nostro paese. Per approfondimenti su questo tema si rinvia al quarto paragrafo della  relazione sui “Fattori rilevanti per lo sviluppo del debito pubblico italiano”, redatta ex art. 126 TFUE e  pubblicata dal MEF in questo mese.
Sul 2018 pesa inoltre una previsione marginalmente più pessimistica della Commissione in merito al saldo complessivo di bilancio (la Commissione lo stima a -1,7 punti di PIL, mentre il Governo lo prevede a -1,6 punti), che si riflette anche sulla sua componente strutturale. Sul 2019 incide poi la diversa ipotesi sulle clausole di salvaguardia (cui corrisponde un effetto migliorativo sul saldo di 0,7 punti di PIL incluso nelle previsioni del DEF) che nello scenario della Commissione vengono disattivate senza compensazione, e un approccio più cautelativo della Commissione su altre poste di bilancio che fa sì che l’indebitamento netto risulti complessivamente più elevato rispetto alle stime del DEF di circa 1 punto di PIL.
Si rammenta che già lo scorso anno la Commissione europea aveva rilevato che "le condizioni macroeconomiche, sebbene ancora sfavorevoli, principalmente a causa della bassa inflazione, dovrebbero risultare migliorate a partire dal 2016 e non possono più essere considerate come una circostanza attenuante per spiegare il mancato risanamento di bilancio da parte dell'Italia e il forte divario previsto rispetto alla regola del debito (nella configurazione prospettica) per i prossimi anni."
La terza Sezione del DEF 2018 reca il Programma Nazionale di riforma (PNR) che, in stretta relazione con quanto previsto nel Programma di Stabilità, definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delle finanze pubbliche, in coerenza con gli indirizzi formulati dalle istituzioni europee nell’ambito del semestre Europeo. In tale ambito sono indicati lo scenario macroeconomico e i prevedibili effetti delle riforme, l'azione del Governo e lo stato di avanzamento delle riforme avviate, in relazione alle raccomandazioni formulate dal Consiglio UE ed infine il quadro degli interventi ricompresi nelle azioni di policy per le politiche di coesione. Sono altresì riportati l’impatto finanziario delle misure del programma nazionale di riforma, con riferimento a quanto dettagliato nelle griglie ad esso allegate.
Nel PNR merita a nostro avviso particolare attenzione il paragrafo II.3 che analizza il tema della riduzione dei crediti deteriorati nel sistema bancario. Si rileva positivamente una fisiologica ripresa dello smaltimento, associata alla generale ripresa della crescita economica. Riteniamo però che si debba esercitare attenzione nel non impartire un eccessivo impulso a questo processo, in particolare valutando eventuali inviti in tal senso che dovessero giungere da organismi europei. Va evitato che uno smaltimento accelerato delle garanzie immobiliari, in uno scenario di crescita che comunque presenta rischi di rallentamento, metta in ulteriore difficoltà l’economia, con criticità rilevate anche dall’ANCE nella sua audizione del 15 maggio 2018.
Oltre ad una indicazione (parte IV) sulle interlocuzioni istituzionali con regioni e province autonome nella preparazione del PNR, completa la Sezione una ultima parte in cui si dà conto dei progressi conseguiti nell’ambito della Strategia Europa.
Dopo l’esercizio sperimentale dello scorso anno, il DEF 2018 è corredato dagli “Indicatori di benessere equo e sostenibile”: si tratta di 12 indicatori di diverse aree che caratterizzano la qualità della vita dei cittadini relative a disuguaglianza, istruzione, salute, ambiente, sicurezza, etc. In esito alla sperimentazione relativa a 4 indicatori, a partire dal 2018 l’Italia è il primo paese dell’Unione europea e dei G7 a dotarsi di un set di indicatori di benessere in base ai quali misurare l’impatto delle politiche pubbliche, abitualmente valutato su pochi indicatori macroeconomici e di finanza pubblica, in primis il PIL. Mi preme rilevare in questo senso che il Senato, attraverso il suo Ufficio Valutazione Impatto (UVI), propone interessanti approfondimenti metodologici ed estensioni delle analisi proposte dal DEF.
Per ogni approfondimento di dettaglio, si fa rinvio alla documentazione predisposta dai servizi studi e bilancio delle Camere.


La discussione

La trovate nel resoconto sommario, che potete navigare col menù di sinistra (il mio intervento è in "Affari assegnati"). Immagino la delusione dei tanti giornalisti che mi hanno chiesto il documento: magari si aspettavano di trovarci chissà quale misura (Weimar, le carriole, le cavallette, ecc.)! Immagino i titoloni... Mi dispiace per loro, ma non funziona così. Gli effetti speciali vanno bene al cinema. Questa è una partita a scacchi, ed è appena iniziata. Suppongo che qualcuno si annoierà (io mi diverto) e qualcuno non ci capirà niente (mi ci metto anch'io). Pazienza. E ora vi lascio, devo prepararmi per l'incontro di stasera a Olbia. Non so nemmeno dirvi quando sarà la prossima mossa, perché non mi sono ancora arrivate le convocazioni per la prossima settimana, né in quale veste la giocherò. A ogni giorno basta la sua pena.



(...vedere le cose dall'interno non ha prezzo: di questo vi sarò eternamente grato. Per il resto ci sono gli arditi: quelli che col pugnale fra i denti vogliono muovere l'assalto al grido di "procomberò sol io!" A tanto ardore egotico foscoliano (scusa, Giacomo), preferisco il lavoro di squadra. Non ve lo sareste mai immaginato, vero!?...)

mercoledì 16 maggio 2018

I am a barbarian...

...precisely the one who plays harpsichord in this (and some others) recording:




(...if you find this music boring, you may have a look at this...)

venerdì 11 maggio 2018

La libertà non è gratis, e nemmeno la politica

Prima di immergermi nella lettura del DEF, del quale dovrei essere relatore in Commissione Speciale (povero Serendippo, abbracciatelo fortissimo!), vorrei ricordare una cosa a tutti quelli cui questo blog ha insegnato a leggere la realtà con occhi diversi, a unire i puntini in un quadro coerente.

Se oggi potete ascoltare queste parole, o queste parole, cioè se potete sentirvi rappresentati nelle nostre istituzioni, se potete sperare che alle parole seguano i fatti, se avete una ragionevole e fondata speranza che il nostro paese riprenda coscienza della propria dignità, e che nelle istituzioni si torni a ragionare in termini di interesse nazionale e non di pensiero magico, se questo è accaduto, lo dovete certo alla tenacia di Claudio e mia, alla nostra volontà di combattere per il nostro paese, per il nostro (cioè anche vostro) interesse: questa, naturalmente, era una condizione necessaria.

Tuttavia, non sarebbe stata sufficiente.

Affinché queste idee buone, per quanto non particolarmente originali, anzi, direi: buone proprio perché non particolarmente originali, al limite del tautologico (un accordo monetario insostenibile è insostenibile, regole fiscali procicliche sono procicliche), affinché queste idee, dicevo, potessero trasformarsi in prassi politica, potessero giungere nel Palazzo, un altro snodo è stato indispensabile. Il vero punto di svolta è stato l'ascolto che Matteo Salvini ha dato al nostro messaggio. Quello che vi permette oggi di vedervi rappresentati in Senato e alla Camera è stata l'umiltà intellettuale e l'apertura di spirito con cui Salvini ha accettato, a differenza di tutti (cioè tutti) gli altri politici italiani, di confrontarsi con una visione del mondo alternativa. Aggiungo che anche questo non sarebbe bastato. Se siamo arrivati dove per anni avete auspicato che noi arrivassimo è perché c'è una struttura, un partito, fatto di centinaia, migliaia di militanti, che da decenni lavorano in territori non sempre propizi, per creare quella rete territoriale che è, in democrazia, elemento imprescindibile per un reale esercizio della democrazia partitica. Queste persone, a loro volta, hanno avuto il buon senso e il coraggio di accogliere l'invito del loro leader a un profondo cambiamento di prospettiva.

Inutile che vi dica l'ovvio: di questo partito io non ho condiviso la storia, e in passato ho spesso avversato le posizioni. Basta leggersi il mio primo articolo esplicitamente politico, quello del 2011, dove definivo la Lega una "destra becera e nazionalista", aderendo totalmente al cliché che i media, dei quali pure sapevo la natura intrinsecamente truffaldina, mi proponevano. A mia discolpa posso dire che quella Lega era ancora la Lega Nord, animata da tensioni secessioniste, la Lega che aveva in Italia l'atteggiamento che la Germania ha in Europa: noi siamo migliori e gli altri si fottano. Questo atteggiamento è cambiato, e Matteo Salvini ha chiesto scusa al resto del paese, aprendo una nuova stagione. Capisco le diffidenze, capisco le ferite difficili da rimarginare, non voglio giudicare. Quella Lega, però, pur con i suoi limiti (se ha deciso di cambiare, significa che percepiva come un limite essere un partito regionale), stava costruendo la struttura che ha poi permesso a Claudio e a me di fare azione politica. Da allora ho anche studiato molto, deponendo la saccenza dell'intellettuale di sinistra che sa di sapere, capendo che le nazioni non sono così male se consideri l'alternativa, e che il progressismo non è una buona idea se davanti a te c'è un baratro. Ma al di là dell'evoluzione del mio pensiero, che è avvenuta qui, con voi, cui tutti voi avete assistito e partecipato, resta un fatto: quelle persone che giudicavo in modo sprezzante stavano lavorando per me, anche se io non lo sapevo, e nessuno poteva saperlo.

Allora: io sono un soldato, e se ho scelto di mettermi sotto una bandiera non è per fare distinguo, ma per combattere. Esattamente come "right or wrong, this is my country", "right or wrong this is my party", e mi dispiace molto per gli altri che si sono privati di questa risorsa, e, in alcuni casi, si sono scelti questo nemico. Quindi, anche ieri, quando sono uscito da Montecitorio per andare a parlare con i risparmiatori delle banche venete espropriati nei modi che sapete, e che mi rimproveravano anche quello che la Lega avrebbe o non avrebbe fatto (come me lo hanno rimproverato i lavoratori dell'Alitalia, come me lo rimprovera ogni tanto chi incontro, inclusi i giornalisti della stampa estera), la mia risposta non è stata: "Io non c'ero". La mia risposta è stata: "Sono qui". Il mio modo per chiedere scusa ai miei nuovi compagni del giudizio affrettato col quale li liquidai sette anni fa è andare incontro alla gente senza prendere le distanze, ma anzi rivendicando e difendendo anche una storia che non mi appartiene, che in larga parte devo ancora studiare, ma della quale, con la mia scelta, ho evidentemente deciso di condividere luci e ombre.

Io lo chiamo onore, voi fate un po' come vi pare, ma se lo spettacolo vi piace ricordatevi di una cosa: non è gratis. I manifesti costano, le sale per le riunioni costano, gli uffici stampa costano, le trasferte per le manifestazioni nazionali costano, ecc. Eppure, per coprire tutti questi costi, potete fare una cosa che non vi costa nulla: dare il 2x1000 alla Lega.

Le istruzioni per dare il 2x1000 alla Lega sono qui.



E naturalmente, siccome se a/simmetrie non ci fosse stata, né io né Claudio avremmo mai potuto creare occasioni di incontro con tutti i politici italiani, né, quindi, essere chiamati in squadra dall'unico che ci ha ascoltato, vi chiedo anche di continuare a sostenere questo progetto culturale unico, che ha saputo coniugare la ricerca in campo economico con quella nel campo della comunicazione.

Le istruzioni per dare il 5x1000 ad a/simmetrie sono qui.

E l'8x1000? Bè, lì fate un po' come vi pare! Presto, nel riquadro delle religioni, troverete anche l'euro: mi sentirei di sconsigliarvi di aderire al pensiero magico blasfemo di chi pensa, da essere umano, di aver creato qualcosa di irreversibile (poverini, hanno letto il Mas Colell, ma non la Genesi...). Quanto a me, io sto con S. Caterina: "La vita è un ponte: attraversalo, ma non porvi la tua dimora". Quindi, ora, vi lascio: oggi il ponte mi porta a Salsomaggiore, e domani a Pisa, e lunedì a Atessa, e martedì in Commissione Speciale. Non so cosa ci sia dall'altra parte del ponte, ma non ho fretta di saperlo. Intanto, sotto, vedo che il fiume si ingrossa...




(...apro e chiudo una parentesi per ricordarvi che i giornalisti stanno parlando del nulla. Massimo rispetto, per carità! I giornali devono uscire ogni giorno, e se non c'è nulla, occorrerà riempirli di nulla! Non chiedo a tutti di avere l'intelligenza di capirlo, e regolarsi di conseguenza. Mi permetto solo di fare una raccomandazione: quanto più si innalza il livello delle provocazioni, tanto più deve abbassarsi l'attenzione che prestiamo loro. Non guardate, e passate...)

mercoledì 9 maggio 2018

Risorse, allocazione, e cretini

(...eggnente! La discussione sotto al post precedente è una plastica dimostrazione di come l'antipolitica abbia avvelenato i pozzi della democrazia, e soprattutto del perché lo ha fatto: per permettere al potere, al deep state, di continuare a fare i propri interessi, che non sono i nostri, mentre le allodole, che sono polli, vengono distratte dal classico specchietto. Ma va bene così. I numeri dicono che questo progetto politico distruttivo attira molto consenso: quindi con questo progetto politico occorrerà trovare una mediazione. Se ci si crede, la democrazia funziona così. Non è però di questo che volevo parlarvi oggi. Volevo solo sottoporvi una breve riflessione sulla prevalenza del cretino nel dibattito odierno...)


Uno dei problemi centrali dell'analisi economica è quello della corretta allocazione delle risorse produttive, o meglio, dei fattori di produzione (termine più tecnico, e meno urticante di "risorse", dato l'abuso cialtronesco che di quest'ultimo vocabolo è stato fatto nel dibattito recente). Si tratta, in sostanza, di trovare una risposta alla domanda "quanto capitale e quanto lavoro va destinato alla produzione del bene X?" Lo scopo del gioco, naturalmente, deve essere quello di soddisfare i bisogni collettivi nel modo più efficiente. E già a questo punto siamo su una china scivolosissima, perché ci sarebbe da capire come i bisogni di una collettività possano ragionevolmente essere definiti, e cosa si intenda esattamente per efficienza. Tuttavia, su questo non vorrei addentrarmi: per chi volesse approfondire, ricordando che questo blog, a differenza di altri, non è un bar, ci sono i manuali, e uno che va bene qui, come nel Regno Unito, come in Cina, è quello di Acocella (è un "tubettodidentifricista", ma è veramente una brava persona; peraltro, votare serve: pare che dopo abbia cominciato anche lui a porsi in modo più serio quelle domande alle quali, quando gliele ponevo io, non mi sembrava volesse sforzarsi di rispondere: ma un conto è se una cosa la chiede un collega, e un conto se la chiedono milioni di elettori). Tralascio quindi il problema insolubile di come si determinino i bisogni collettivi e di come si misuri l'efficienza (mi limito a farvi notare che il primo problema, ovviamente, è strettamente connesso a quello di come costituire un governo...), e do per scontato ciò che scontato non è, ovvero che sia perfettamente noto cosa deve essere prodotto per soddisfare i bisogni collettivi, o, in alternativa, che ci sia un modo per valutare se una determinata allocazione di risorse, pardon: fattori (capitale e lavoro, non schiavi) è comunque "ottimale".

Posto che lo si sappia, resta il problema di come realizzarla.

Anche questo problema non è facile da risolvere, e forse non è mai stato, né mai sarà, compiutamente risolto, ma mi interessa qui farvi vedere quali sono, tagliando con l'accetta, i due sistemi che negli ultimi due secoli abbiamo messo alla prova. Premetto che ve ne darò una rappresentazione ideale, assoluta, e quindi caricaturale e irrealistica, perché nella realtà né queste, né altre istituzioni (penso ai regimi di cambio) sono mai state osservate "in purezza". Ma insomma, per farla breve, nel suo tortuoso percorso ciclico l'umanità, di recente, ha pensato bene di proporsi due paradigmi di allocazione dei fattori:

1) l'economia di mercato
2) l'economia pianificata.

L'economia pianificata è quella che ha funzionato meno bene (o più peggio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: c'è un "despota benevolo" che sa tutto (beato lui) e che decide lui quanto grano, quanto burro, quanto acciaio, ecc. produrre, con quanto capitale e con quanto lavoro. La decisione è centralizzata (nota: il quadro in realtà è più sfumato, ma come vi ho detto, qui, per semplicità, espongo la versione estrema del sistema). Sono pianificati anche i prezzi, stabiliti dal decisore.

L'economia di mercato è quella che ha funzionato meno peggio (o più meglio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: ogni "agente economico" decide spontaneamente a quale mercato accedere e quindi quanti fattori produttivi utilizzare per produrre cosa. Il processo decisionale non è centralizzato ma totalmente decentrato, atomistico.

Non vi sfuggirà che esiste un problema di coordinamento: come impedire che a fine anno il sistema economico abbia prodotto solo grano (e niente carne, tubi metallici, laminati plastici, ecc.)?

In un'economia pianificata, salvo casi di schizofrenia, questo problema si risolve facilmente: il decisore è unico, per cui, se è minimamente d'accordo con se stesso, il problema di coordinamento è risolto! Non dico che farà sempre le scelte giuste, anzi: non le fa quasi mai (visti i risultati). Però sicuramente cercherà di indirizzare i fattori di produzione secondo un quadro coerente, cioè di non produrre solo grano, o solo acciaio, o solo plastica.

Ma in un'economia di mercato, fatta di "atomi" che non si parlano perché non si conoscono (voi conoscete chi ha prodotto lo spazzolino col quale vi siete lavati i denti?), come è possibile creare un meccanismo di coordinamento che eviti quelle che gli economisti chiamano "soluzioni d'angolo", cioè situazioni in cui si ha troppo di qualcosa, e niente di qualcos'altro? Ci si telefona? Ci si scambiano DM su Twitter? O magari, come fanno i rompicoglioni (tu sai chi sei, tu sai che lo hai fatto, e tu smetterai di farlo), ci si manda un messaggio diretto su Twitter, rinforzato da tre WhattsApp, da un'email su tre indirizzi, e da una telefonata?

(...ai rompicoglioni: per favore, non rompete i coglioni. Siete tanti, e da questo scaturisce la Prima legge fondamentale dell'informazione della quale non me ne frega una mazza: se me la stai fornendo tu, me l'ha già fornita almeno un'altra persona. La seconda legge fondamentale è che quest'altra persona non è mai quella dalla quale mi aspetterei che questa informazione mi fosse arrivata. La mia vita non è semplice, ma semplificarla è un attimo: basta un click...)

Capite bene che se il meccanismo di coordinamento fosse quello dei rompicoglioni (DM più WApp più mail più telefonata) i costi di transazione sarebbero altissimi! E allora cosa suggerisce al produttore di spazzolini da denti, o di vettori nucleari, o di mouse per PC, o di zucchine, quanto produrre, e, prima del quanto, cosa produrre? Naturalmente c'entra un po' anche la genetica: magari qualcuno nasce sapendo che da grande vorrà fare il produttore di dentifricio. Però, alla fine, senza entrare troppo nelle infinite sfaccettature del reale, e restando sul livello astratto del discorso, il coordinamento, nell'economia di mercato, lo assicura la mano invisibile. E cosa sarebbe, questa mano invisibile, come si espleterebbe? Vi siete mai sentiti prendere per mano dall'uomo invisibile, mentre andavate al vostro lavoro, o mentre decidevate se piantare più o meno albicocchi, o whatever?

Non credo.

La mano invisibile è una metafora per indicare quale sia il meccanismo di coordinamento di un'economia di mercato: questo meccanismo è il sistema dei prezzi relativi. Sono i prezzi (relativi) a suggerire al produttore in quale mercato entrare e quanto produrre (cioè come allocare i fattori di produzione), e in linea teorica l'allocazione cui questo meccanismo di coordinamento conduce è ottimale perché il prezzo relativo, che il produttore considera come un segnale dato (è price taker), d'altra parte non è esogeno al sistema, ma è il risultato delle pressioni della domanda sull'offerta. Questo significa che quando il produttore entra nel mercato di un certo bene, lo fa perché questo gli assicura prospettive di profitto, dato il livello del prezzo, ma se il prezzo è alto (cioè tale da assicurargli prospettive di profitto), lo è perché il bene è molto richiesto (e quindi producendolo ci si orienta in re ipsa verso il soddisfacimento ottimale dei bisogni collettivi).

Ora il discorso potrebbe svilupparsi lungo mille e una direzione: potremmo entrare nella sterminata casistica dei sistemi misti (nemmeno l'economia cinese era totalmente pianificata: una parte della produzione veniva scambiata in regime di libero mercato); potremmo entrare nella sterminata casistica dei fallimenti del mercato (i segnali che i prezzi forniscono spesso sono distorti per problemi di asimmetria informativa, oppure non incorporano tutte le esternalità dei processi produttivi, ecc.); potremmo fare tante cose, ma ognuno di noi ha di meglio da fare, a partire da me.

Voglio solo rimarcare una cosa.

In un sistema economico decentrato, che preservi e valorizzi l'iniziativa privata, il ruolo dei prezzi come sistema di coordinamento, magari corretto e affiancato dall'intervento governativo, resta comunque centrale. In altri termini, chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano, oltre ad andare contro un dato della nostra comune esperienza quotidiana (come sapete, io frequento iMercati, e riscontro che laggente il prezzo lo controllano...), andrebbe contro tutto quello che sappiamo del funzionamento di un moderno sistema economico, confesserebbe involontariamente nostalgie verso quegli stessi sistemi che lui stesso si affretterebbe (troppo) a definire sconfitti dalla storia (le economie "di comando"), insomma: dimostrerebbe quell'indigesto miscuglio di ignoranza, presunzione, incoerenza e autolesionismo che caratterizzano il perfetto cretino.

Insomma: chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano rivelerebbe infallantemente di essere un cretino.

Facciamo un passo avanti. Il tasso di cambio è un prezzo relativo: il prezzo di una valuta in termini di un'altra. Il dibattito italiano (ma anche estero) è pieno di persone che asseriscono, sulla base di una laurea in lettere, o in niente (ma anche in economia), che il tasso di cambio non conta. Insomma: il dibattito è pieno di cretini. Ma questa è la democrazia: dobbiamo accettarlo, anche se rispettare umanamente il cretino è cosa diversa dal consentirgli di formare, senza correttivi e senza contraddittorio, l'opinione pubblica su argomenti tanto basilari per il nostro vivere civile quanto il meccanismo cardine di coordinamento della nostra azione economica (cioè, in buona sintesi, della nostra esistenza, visto che un buon 60% di quello che facciamo ogni giorno lo facciamo per riempirci la pancia...).

Ecco: secondo me il cretino può (e dovrebbe) votare. L'idea che i cretini non possano votare ce l'hanno, chissà perché, i cretini (quelli che "il cambio non conta"), e personalmente mi ripugna. Considero il suffragio universale una conquista.

Lo stesso non posso dire dell'odierno sistema dei media. Lì sento che qualcosa occorre fare, per impedire al cretino di nuocere. Forse, chissà, lasciare che il mercato decida come allocare le risorse potrebbe essere un'idea. Ma, ve lo confesso, su questo ho molti dubbi. Di una cosa sola sono certo: questo è il Problema, e se lo avessimo risolto, cioè se la maggioranza di voi (io smisi a fine anni '80) non si fosse fatta rincretinire da una minoranza di cretini, avremmo risolto speditamente anche tutta una serie di altri problemi apparentemente più urgenti.

Ma ora devo lasciarvi. Vi ho insegnato a riconoscere un cretino quando lo incontrate. Credo che sia un'informazione utile e so che ne farete tesoro...

giovedì 3 maggio 2018

Conflitto di interessi

...già ai tempi in cui ero, o forse credevo di essere, di sinistra (o forse non avevo capito cosa fosse la sinistra, ma, insomma, questo veramente non è importante...), il fatto che nei nostri media i termini "conflitto di interessi" e "Berlusconi" fossero sinonimi, e la pervicacia nell'escludere dall'orizzonte qualsiasi notizia su ogni altro possibile conflitto, mi lasciavano piuttosto scettico. Sentivo che c'era una fregatura, ma non sapevo quale. Oggi credo di saperlo, e credo che lo sappiate anche voi. A beneficio degli sciocchi mi affretto ad aggiungere che non sto difendendo Berlusconi, e non sto minimizzando la rilevanza del problema dei conflitti di interessi, anzi, al contrario! Sto solo provando a difendere il mio paese, perché di conflitti di interessi non ce n'è solo uno: ce ne sono molti, e i più pericolosi non è detto che siano i più palesi...





(...questo è solo un esempio di cosa succede mentre ci si balocca pretestuosamente con "ha stato Berluscone": succede che il potere si arrocca. Vorrei ricordare che nel 2011 pareva che l'unico problema del sistema macroeconomico globale fossero le intemperanze vere o presunte di una certa persona. Io, intendendomi di macroeconomia, preferivo non entrare nella vita privata altrui, e contestavo questa visione riduttiva, ma i piddini, verosimilmente rosi dall'invidia, avevano focalizzato la loro attenzione su un unico punto di un orizzonte che invece era vasto e articolato. Insistere su #hastatoberluscone aveva una logica politica che divenne evidente a posteriori: presentare come Liberazione (con la maiuscola) l'avvento di Monti, dell'uomo che ha deliberatamente messo in ginocchio il paese. Ora, sinceramente, uno può pensarla come crede, ma se veramente si vuole dare un segno di discontinuità verso il PD, bisognerebbe cominciare col non adottarne i metodi. E invece, sette anni dopo, siamo ancora a #hastatoberluscone, questa volta, dobbiamo presumere, per presentare come "Liberazione" l'avvento di un Cottarelli o simili. Naturalmente i criceti che esultarono allora, ora, dopo un giro di ruota, si accingono a esultare nuovamente, avendo in parte cambiato casacca, ma, purtroppo, non cervello...)

(...se interessa, il resoconto è qui...)

mercoledì 2 maggio 2018

Stanza 211








(...aspettando la prossima puntata della telenovela, inganno il tempo con EU KLEMS, EViews, e altre quisquilie, a futura memoria...)

(...dovrebbe finire agli atti della seduta odierna - una seduta piuttosto inutile, nella quale, in assenza totale del governo e quasi totale del PD [ho visto solo Nannicini, che mi sta ancora in cagnesco, for no particular reason...], ci è stato notificato il decreto Alitalia - ed è un esempio delle cose che si dovrebbero e potrebbero fare con gli uomini di buona volontà. Certo che se la linea è "o così o PD", poi il PD va avanti come un treno, e a noi parlamentari non restano altro che gli atti di sindacato ispettivo: chiedere a un governo che non vuole darcele spiegazioni delle quali non abbiamo bisogno - perché quello che il PD vuole fare credo che ormai sia chiaro a tutti: venderci. Ma sono sicuro che il buon senso prevarrà, prima dell'arrivo del famigerato lungo periodo: quello nel quale di buon senso non avremo più bisogno...)

(...e comunque, senza nulla voler togliere al prestigio dell'istituzione che mi ha accolto, come ufficio anche questo non era male:


...)

lunedì 30 aprile 2018

Ancora sui disallineamenti

Come avrete notato, in un momento in cui il Parlamento, e quindi la politica, sembra riacquistare una certa centralità, in diretta conseguenza del fatto che la mancanza di una maggioranza definita impedisce di confinarlo a quella funzione meramente notarile, di ratifica degli atti governativi, cui viene dato il rassicurante nome di governabilità, sono partiti sui vari media attacchi tesi a delegittimarlo. Noi politici, si dice, staremmo scaldando la poltrona: ci saremmo guadagnati il primo stipendio senza far nulla, ecc.

Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).

Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?

Già, chissà...

In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.

Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.

La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.

Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:

Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:


Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi,  e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.

Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.

Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.

Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...







(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)

(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)

domenica 22 aprile 2018

QED 88: la spesa pubblica logora chi non la fa

Nel post precedente avevo menzionato questa vicenda, sulla quale avevo avuto modo di intrattenermi col sindaco Massimi e stavo cercando di capire cosa fosse possibile fare. La situazione è molto complessa da riassumere, ma, banalizzando, per decreto di Gentiloni la strada in questione, che ora mi pare sia provinciale, sta per tornare sotto la gestione dell'ANAS, in tempi che da un primo contatto con l'ANAS mi è sembrato di capire fossero piuttosto incerti (il decreto è all'analisi della Corte dei conti, mi è stato detto, e presumo che questo sia uno snodo necessario della procedura), ma comunque tali da non prevedere la possibilità di un intervento risolutivo prima della stagione turistica estiva (a quanto capisco occorrerà fare uno stato di consistenza, poi l'ANAS si prenderà in carico la strada, poi bisognerà dare in appalto i lavori con il nuovo codice, quello che, come molti amministratori che ho incontrato lamentano, e come qui autorevolmente conferma un rappresentante della stessa ANAS, di fatto paralizza l'azione di governo del territorio in nome del castacriccacoruzzione - cioè del pregiudizio razzista verso il nostro paese, che porta a considerare ogni amministratore corrotto fino a probatio diabolica del contrario, ed eleva a unica priorità politica di cartapesta, da dare in pasto ai gonzi, in un paese che ha ben altre urgenze, la lotta al babau metafisico della "corruzione").

Oggi, salendo a Barrea per ossigenarmi prima delle prossime ignote sfide, scattavo queste foto, e poco fa il sindaco Massimi mi ha dato questa notizia.

Ai parenti della vittima vanno le mie più sincere, rispettose e profonde condoglianze.

Agli altri ricordo che l'Italia non ha un problema di spesa pubblica eccessiva, il che significa, in buona sostanza, che interventi di manutenzione ovvi, e in questo come in tanti altri casi richiesti con forza dagli amministratori locali (sui quali incombono pesanti responsabilità in circostanze simili), si potrebbero fare anche prima che accada l'evitabile.

Ma perché questa mia indicazione si traduca in prassi politica, rendendo possibile una corretta gestione dei territori (che chi ci vive saprebbe come impostare, in assenza di vincoli "europei"), occorre che prima venga sconfitta l'incultura e l'inciviltà di chi porta nel dibattito dati falsi, sproloquiando di tagliare la spesa, e diffonde un'immagine pregiudizialmente negativa di un paese fatto di gente operosa e onesta. Se per offrire un rinfresco da pochi euro a chi partecipa a un seminario universitario devo farmi fare tre preventivi da ditte iscritte al MEPA, posso solo vagamente immaginare quale incubo sia per un amministratore dare in appalto la manutenzione di un tratto di strada (ma poi, lo Stato non potrebbe provvedere con sue strutture, se vede negli appalti una fonte certa di corruttela?). I miei colleghi senatori della Lega, molti dei quali sindaci, mi stanno aiutando a colmare la distanza fra la teoria, dove la spesa pubblica è una lettera (G), e la pratica, dove è un incubo burocratico partorito dalla mente di politici non sempre esattamente allineati all'interesse del paese. Alla fine, strozzare la spesa in nome della Sacra Lotta alla Corruzione è anche uno dei tanti modi per raggranellare (non spendendola) quella liquidità che poi in qualche caso prende le strade che sappiamo. Credo che sia importante una riflessione approfondita su quali siano le nostre priorità. Speriamo di avere presto l'occasione di farla in modo costruttivo.



(...se la priorità fosse tagliare la spesa, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la si realizzerebbe comprando tramite Consip prodotti che sul libero mercato costano meno. Ma forse sono io che non ci arrivo: si vede che anch'io sono marcio e corrotto dentro...)