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domenica 23 luglio 2017

Vamva who? Il dollaro e la sostenibilità dell'euro (ovvero: perché i trader mi amano...)

(...e va bene: parliamo di economia. Di politica ci impediranno presto di parlare, in nome dell'amore, come credo abbiate capito. Oggi Barbara su Twitter ha chiesto se fa male constatare che la sinistra è arrivata a toglierci la libertà (di espressione). Si riferisce al rapporto della "commissione Cox" che viene commentato oggi da Palombi sul Fatto Quotidiano con insolita (per lui) cautela - eppure non tiene famiglia e se la tenesse se ne fregherebbe come me. Un rapporto che è solo una tappa di un percorso che era stato individuato e stigmatizzato ante litteram da due membri del comitato scientifico di a/simmetrie: Alberto Bagnai sul Fatto Quotidiano del 3 gennaio (pre-vilipendio), e Benedetto Ponti sul suo blog il 24 febbraio. Grazie a Barbara oggi ho appreso sulla mia carne viva quanto sia falso che "saetta previsa vien più lenta". Sono anni che vado dicendo che un sistema che comprime i diritti economici della maggioranza poi deve necessariamente comprimerne i diritti politici. Che si sarebbe arrivati qui, e che il lavoro lo avrebbe fatto il poliziotto buono, lo sapevo, l'ho detto e l'ho scritto prima che, con la Brexit e la vittoria di Trump, si aprissero le gabbie di quelli che da sinistra hanno apertamente delegittimato il metodo democratico e stanno auspicando una compressione dell'art. 21 della Costituzione. Aver visto arrivare questo orrore giuridico e politico non me lo rende più sopportabile: mi dà solo una misura della mia impotenza politica. Però c'è una continuità genetica: nipote di un socialista manganellato da destra, mi ritroverò manganellato da sinistra da persone che per simmetria mi tocca definire fascisti, anche se, onestamente, comincio a pensare che il fascismo storico, nei suoi orrori, non meriti di essere accostato allo squallore della "commissione Cox". Loro, almeno, i fascisti storici, facevano finta di obbedire a interessi diversi da quelli del grande capitale internazionale, e, soprattutto non facevano finta di difendere la democrazia, cosa per la quale il grande capitale internazionale, che è pragmatico, gli era riconoscente. Agli untuosi e saccenti pretini di sinistra che mi hanno preso in giro va tutto il mio diverso apprezzamento, appena temperato da una certezza: la storia li spazzerà via. Anche mio nonno era impotente - in tutta evidenza, mi riferisco ancora al dato politico - e anche quei fascisti sono stati spazzati via. E per consentire a voi e ai sullodati seminaristi del cazzo di apprezzare quanto valgano le mie certezze, vi fornisco un paio di esempi provenienti dal meraviglioso mondo della tecnica...)


«Vamvakidis! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli il Sole 24 Ore. «Vamvakidis! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un economista, un esperto di una qualche banca: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?»

Vamvakidis è in effetti un economista di Bank of America, la cui performance può essere descritta da due grafici. Il primo è tratto da Who's next?, lo studio che ho portato a termine su ispirazione e con la collaborazione di Claudio Borghi (altro membro del comitato scientifico di a/simmetrie) per la FENL:


Spiegazione: il 10 luglio 2012 David Woo e Athanasios Vamvakidis pubblicavano uno studio in cui sostenevano che solo un euro più debole avrebbe potuto salvare l'euro, che quindi si sarebbe indebolito nei prossimi sei mesi (da qui una serie di consigli tecnici ai loro investitori). Nel grafico qua sopra la data del loro studio corrisponde al puntino viola, colore della sfiga: in effetti, i nostri espertoni avevano appena emesso questo saggio pronostico, che il cambio euro/dollaro cominciava a salire (invece di scendere). Il "uoteveritteics" di Draghi, che non avevano previsto, aveva improvvisamente reso meno incredibile l'euro agli occhi degli investitori internazionali: invece di una discesa a sei mesi, il cambio sperimentò 24 mesi di ascesa, come da grafico.

Il 19 maggio 2014, quasi due anni dopo, intervenivo sul Fatto Quotidiano (pre-vilipendio) affermando testualmente che: "il rischio di svalutazione drastica... è molto più remoto in caso di dissoluzione che in caso di mantenimento dell'euro". La data è quella del puntino rosso sul grafico: rosso, il colore del fuoco (e il Sagittario - uomo sopra e cavallo sotto - è segno di fuoco). Emessa la mia sentenza, la Storia si incaricò di eseguirla: la drastica svalutazione credo la vediate. In caso contrario, rovesciate lo schermo...

Ed ecco il secondo grafico che testimonia la qualità del nostro (anzi, del loro: di Bank of America) analista:


Il 15 luglio 2017 Vamvakidis, rilasciando un'intervista a James Salmon del Daily Mail, ci informa del fatto che l'Eurozona crollerà comunque, perché il suo mantenimento implica trasferimenti di reddito dal Nord al Sud di dimensioni politicamente insostenibili: è, ancora una volta, il puntino violetto sul grafico. Una brillante analisi, che Vocidallestero si è sentita in dovere di pubblicare (nonostante il Daily Mail non sia una fonte particolarmente autorevole), suscitando qualche perplessità in quanti di voi ricordavano di aver sentito lo stesso argomento in un articolo apparso sei anni prima: "basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri." (A proposito di chi semina odio: l'euro semina odio...). Peraltro, questo blog vi aveva anche chiarito che in effetti lo stesso concetto era stato espresso dalla letteratura scientifica solo 19 anni prima, che farebbero 25 anni prima di Vamva...

(...nota per i diversamente capenti: ovviamente nel secondo grafico la variabile rappresentata conta poco: quello che conta è solo l'asse dei tempi, la distnaza fra i due punti, e una cosa che succede alla fine, sulla quale torno fra un attimo...)

Insomma, povero Vamva... Non è che abbia idee sbagliate, anzi: ne ha di giustissime. Solo che lui, a differenza di altri, non è un musicista, e quindi non entra a tempo: una volta mi entra 678 giorni prima, un'altra mi attacca con 2156 giorni di ritardo... Io non vorrei nel mio gruppo un musicista così! Il fatto che una grande banca invece lo voglia, ci dà tutta la smisurata estensione dell'inefficienza del settore privato (intesa, qui, nel senso tecnico di incapacità di processare in modo efficiente - e quindi tempestivo - le informazioni disponibili). Insomma: le banche falliscono per tanti motivi, uno dei quali è quello che Keynes ci ricorda nel capitolo 12: meglio fallire in modo convenzionale che avere successo in modo non convenzionale.

Ora, qualcuno dirà: "Bè, ma dai, nel caso del cambio hai solo avuto fortuna!". Certo. Infatti io sono un ragazzo fortunato. Ne volete un'altra prova? E io vi do un altro grafico! Questo:


(qui i dati sono settimanali, la variabile è la stessa). Il 26 ottobre 2016, due settimane prima dell'elezione di Trump, formulavo nel mio blog l'ipotesi che l'elezione di un presidente repubblicano potesse aprire la strada a un indebolimento del dollaro (cioè, per chi capisce la goofynomics, a un rafforzamento dell'euro): è il puntino rosso del grafico. E gnente! Il 14 novembre 2016 l'espertone di turno, tal Saravelos, annunciava la parità euro/dollaro per fine anno. Due note di colore: anche Saravelos sembra essere un nome greco, e il nostro Saravelos lavora in Deutsche Bank: un paese e una banca che non sono in ottime acque, e forse capiamo perché...

Quello che è successo dopo si vede nel grafico. Tutti gli espertoni hanno capito dopo quello che avevo capito prima, come da noioso e ritrito copione: non stiamo andando a 1 ma a 1.20.

Dunque: io notoriamente di economia non capisco un cazzo, e soprattutto sono digiuno, anzi, digiunissimo di politica, infatti, come vi ho documentato qua sopra, non avevo visto venire le leggi sulla censura con due anni di anticipo: diciamo però che sono fortunato, il che è comunque una virtù di per sé: a meno che non preferiate un noto menagramo come - per dirne una - Renzi, che trasforma in sconfitta tutto ciò che tocca, incluso se stesso (ultimamente ne avrà di cose da confessare al suo parroco...).

Si vede che è per questo che ogni tanto un trader bussa, fisicamente o metaforicamente, alla porta di a/simmetrie e lascia un obolo. Bontà sua: io non lo chiedo, quello che faccio è gratis, non è un'incitazione al risparmio né un consiglio a privilegiare una particolare forma di investimento su un'altra. Mi limito a osservare le tendenze di medio periodo, che, fra l'altro, è un mestiere del tutto diverso da quello, altrettanto divertente e utile, ma che io non so fare, di speculare sulla volatilità di breve o brevissimo periodo. Per quest'ultima cosa ci vuole un apparato nervoso e endocrino che io non ho. Ma in quello che so fare la fortuna, come vedete, mi assiste...

Ed eccoci così alle conclusioni. La terza carica dello Stato sta diffondendo l'idea che fornendo analisi, e in particolare analisi economiche, sui social media si dissemini odio. Sarebbero proprio questi media ad amplificare i sentimenti negativi, in particolare quelli degli italiani - il che, in tutta evidenza, dovrebbe giustificare la visibile distorsione negativa del Presidente della Camera dei Deputati italiani nei riguardi del popolo italiano cui lei per dovere istituzionale dovrebbe dare, non togliere, voce. Se prendessimo per buone le parole della terza carica dello Stato, assisteremmo a un fenomeno paradossale: questo blog infatti ha tanti amici fra i trader, quelli veri (non i sedicenti treider che trovate a trollare su Twitter, e che in effetti altro non sono che giovincelli expat che campano pulendo i cessi in qualche albergo di Londra: i lavori che gli italiani non vogliono più fare in Italia perché in Italia sono pagati troppo poco grazie alla concorrenza di lavoratori stranieri). Seminare odio (cioè dati) e raccogliere amore (cioè donazioni ad a/simmetrie): quale paradosso! Forse però il paradosso non c'è, perché uno dei suoi due termini è una baggianata fascista, mentre l'altro un fatto verificabile. Vi lascio immaginare quale dei due, e vi consegno la morale della favola: a/simmetrie è l'unico presidio rimasto di libertà di espressione, e l'unico centro studi libero da condizionamenti politici. Questo, grazie a voi. Ringraziate quindi voi stessi come io ringrazio voi, e continuate a sostenerci. La notte è ancora lunga, ma la durata media di un fascismo in Italia è 20 anni: una media calcolata su una sola osservazione non è statisticamente significativa, lo so.

Ma io sono fortunato...

sabato 22 luglio 2017

Interesse nazionale e mediazione politica



(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo. Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)

La lettrice di inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei, inglese di Inghilterra, tranchant: “Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...

Naturalmente ogni regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga, scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata, pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:



(la media va dal 1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.

Ci sarà un motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.

(...e prima, magari, al magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo, e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi: quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet. Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo, se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...

Ci ripensavo, all’aneddoto sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi presenterò.

Era ospite a casa sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra, dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit. Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un populista sui generis: accompagnato da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse), musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano, enciclopedico, facondo...

Rassicurata da tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa succederà...”.

Dopo quel momento di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico, muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però, per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole, ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno, sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”

A domanda semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai, questo negoziato...”

Ora, a dirla tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene, visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve essere.

Ed eccomi allora a ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo: perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato. Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”

Und so weiter, und so fort...

Insomma, tanto suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa, paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT: traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.

Io non sono uno scacchista, ma so portare le persone dove voglio.

Ora la strada era tutta in discesa.

Preso un bel respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique, d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus rarissimes », do il matto:

“Vedi, cara, a me stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’ contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali, non ti pare?”

Eh...

Già...

L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza: così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi nel principio del terzo escluso?

E invece...

E invece, dopo cena, comme par hasard, si parlò di altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare il market power dei musicisti professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo, della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma: a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono dei tedeschi di un certo tipo, e sono lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...

Insomma: di tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non c’era partita.

Con voi però (non se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.

Ecco, capita che spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete, quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.

Allora parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.

E come dovrebbe essere fatta questa altra Europa?

Dovrebbe essere un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.

E perché la Germania dovrebbe ascoltare gli altri?

Ma, appunto, perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per farle una minaccia credibile.

E cosa dovrebbe risultare da questa minaccia?

Bè, è chiaro: una mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si viene incontro” (per dirla in italiano).

Mi avete seguito (nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto difficile seguirmi.

Ci era stato detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori, perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi, trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi” sovranazionali!

Poi però gli interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora, attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.

Bene: a mano a mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito, bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una ineluttabile necessità: Leuropa (TM). Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale, nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in cui interessi risolvere un problema mondiale)!

Ma il giochetto dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.

Le dinamiche che hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente. Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto, riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi contrari ai nostri (la Germania).

Ricorderete Renzi con Hollande “contro” la Merkel, ricorderete Gentiloni con Macron “contro” la Merkel... insomma: ricorderete la Merkel!

Noterete poi che questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi: macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi. Siamo stati gli unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne tratte (il fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura. Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con quelli francesi.

Capite l’assurdità?

Chi per anni mi ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente macroeconomicistica!

Scusate, l’ho fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...

Una volta, quando c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma: chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne (forse) la metà...

E qui si arriva il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.

So che sembra una frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).

In queste condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un sistema violento, i cui leader ci esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto che le persone desiderano esprimersi.

Fra un po’ scioperare, o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico, diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7: avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)! Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali, criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre nel mondo dello one-size-fits-all, e così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...

Tanto semplice, ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita l’idea che se non c’è alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a lavorarci...


(...se non avete votato, fatelo: anche questo servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la sua costituzione alterata...)

I danni del pensiero magico

Ricevo da un imprenditore:

"Siamo azienda a zero debito. Proponiamo a nostra banca finanziamento per investimenti industriali, coperto all'80% -tra garanzie regionali e nostre dirette- e cofinanziato al 50% da fondi di natura pubblica. Risposta: Non sappiamo se ci convenzioneremo con il progetto regionale. Dove, quando è finita la razionalità economica e è iniziato il mondo magico?"

Semplice. È iniziato quando un populista (Romano, con la maiuscola) ha lanciato il messaggio demagogico che l'euro avrebbe risolto i nostri problemi. Da allora lui ha risolto effettivamente i suoi (forse il "nostri" era un plurale majestatis), mentre i nostri sono iniziati, prima in modo subdolo, col troppo credito che ha allentato il vincolo di bilancio di tutti gli operatori economici, incentivando comportamenti inefficienti e concausando fra l'altro la stagnazione della produttività, e poi in modo esplicito (vedi il virgolettato) con la inevitabile crisi bancaria e il conseguente credit crunch. 

Nel frattempo, veniamo nutriti di pensiero magico, di soluzioni illusorie dai veri populisti: quelli che propugnano l'integrale abolizione delle frontiere (i compagni dell'Economist), quelli che vogliono curarci con più tumore, pardon, più Europa. 

Di questi ultimi parliamo dopo: questo è un post breve, da aifòn, e anche per questo non ci trovate link (ma se siete qui, vi sarebbero inutili, e comunque non li leggereste)...








venerdì 21 luglio 2017

Altezza, mezza bellezza


La statura è tornata quella della foto, ma senza bisogno della prolunga. È bello sentirsi inutili. Spero di esserlo presto anche per voi. Saremmo liberi (soprattutto io).

giovedì 20 luglio 2017

Banche: i nodi vengono al pettine

Abbiamo detto tante volte (l'ultima volta qui grazie a Charlie Brown) che la crisi bancaria non è terminata. Per farvi capire dov'è la magagna non ve la butto tanto sul tecnico (mi scuseranno quelli che vogliono a tutti i costi sentirsi intelligenti): buona parte dei crediti erogati dal nostro sistema bancario sono "assistiti" da garanzie reali, non nel senso di rex, ma nel senso di  res (che in latino vuol dire "cosa"). La "cosa" che garantisce il credito di solito è una casa, o comunque un immobile. Sì, proprio quel tipo di bene nel quale ci viene detto in modo assolutamente bipartisan che abbiamo investito "troppo".

Va da sé che se il prezzo degli immobili crolla, o anche semplicemente cala, la garanzia da reale diventa immaginaria: chiedi un mutuo di 80 per acquistare una casa che vale 100, mettendoci magari i 20 di tasca tua, ma se quando hai ripagato 10 ti trovi con la casa che vale 60, è chiaro che anche vendendola la banca non rientrerà dei soldi che ti ha dato (le cifre ovviamente sono immaginarie e tonde solo per esemplificare il concetto).

Ora, ieri il Sole 24 Ore ci ha informato che i prezzi delle case stanno risalendo ovunque nell'Eurozona, tranne che in Italia e in Croazia. E oggi Morya Longo, caro a quelli di voi che gli inviano appassionate missive dimenticando le sagge parole di Upton Sinclair, ci informa dell'ovvio: la crisi bancaria si autoalimenta e provoca una massiccia distruzione di valore degli immobili, cioè una effettiva distruzione di ricchezza reale delle famiglie. Questo per il semplice motivo che quando le banche in difficoltà escutono i loro debitori, ottengono due risultati:

1) che vengono immesse sul mercato grandi quantità di immobili (e l'offerta deprime il prezzo) per di più attraverso il meccanismo dell'asta immobiliare (che Longo chiama giustamente un harakiri economico);

2) che i proprietari (o ex proprietari) degli immobili escussi, sapendo che il loro bene andrà alle banche, rinunciano ovviamente a spendere i soldi che non hanno per manutenerlo, il che ne provoca un ulteriore rapido scadimento di valore intrinseco.

Inutile dire che questa è una perdita di ricchezza vera: è la diminuzione del prezzo di un asset nella valuta del paese, non in una ipotetica valuta estera. Se la tua casa vale il 20% di meno in dollari, la cosa non ti interessa e nemmeno te ne accorgi, a meno che tu non sia intenzionato a venderla per andare a stabilirti negli Stati Uniti (capiterà pure a qualcuno, ma non è la norma). Se la tua casa vale il 20% di meno in euro, sei più povero del 20%. Questo è il motivo per il quale, a differenza di quanto dicono certi tromboni stonati, le precedenti esperienze di svalutazione non sono mai state accompagnate da un drastico calo della ricchezza. Ma questo calo, invece, ora, dentro l'eurone che ci protegge, è alle porte. O meglio: è alle porte una sua accelerazione, perché il processo di calo del valore della nostra ricchezza è in corso dal 2007, come vi ho fatto vedere qui, e come certi giuristi (ma anche certi economisti e comunque certi guitti) ignorano.

Per inciso, questo è il motivo per il quale nel 2016 si è "semplificato e snellito" il diritto fallimentare! Per FARE PRESTO! prima che il valore degli immobili a garanzia si liquefacesse. Ma naturalmente, siccome i giuristi fanno le pentole, ma i coperchi li fa il mercato, se "snellisci" (cioè acceleri) l'immissione di immobili sul mercato non fai che accelerarne, pardon: snellirne il prezzo, che diventa in effetti tanto più smilzo quanto più FAI PRESTO!

Quindi: per evitare di vendere un immobile cadente, svendi un immobile che sta in piedi. Ma il risultato, in termini finanziari, è lo stesso, ed è un disastro.

Segue un breve commento del solito Charlie Brown:

ARTICOLO IMPORTANTE (Ndr: quello di Longo) – FANNO VENIRE (INAVVERTAMENTE) A GALLA LA VERITA’

Questi biscazzieri bancarottieri vogliono lucrare sulle aste immobiliari.

Ma se leggi tra le righe (ancora una volta : non tanto) vedi che alla prova del nove le garanzie dei bedlòns (Ndr: bad loans, crediti non esigibili o difficilmente esigibili) che sono stati venduti a 40-45%  valgono meno di un terzo del loro valore di libro.

Il che vuol dire che quei bedlòns “immobiliari secured” sono per lo più in realtà praticamente equivalenti ai bedlons non garantiti.

DUE SEMPLICI CONTI DELLA SERVA (COME FACEMMO PER GLI NPL QUASI DUE ANNI PRIMA CHE IL TEMA VENISSE FUORI)

se la garanzia immobiliare era stimata in 60% del bedlòn ora non ne vale più del 60/3,5 =  17% 

(Ndr per quelli di sette mesi: 3,5 si ricava dividendo 88 per 25: l'articolo di Longo vi spiega a cosa corrispondono questi valori, ma siccome anch'io ho avuto due figli prematuri, per solidarietà chiarisco: 88 è quanto si pensava valessero gli immobili complessivamente posti a garanzia, 25 è quanto Longo confessa che in effetti valgono oggi sul mercato. Il resto sono proporzioni, che anche Uga sa fare: 88:25 = 60:17 - con qualche lieve errore per arrotondare le cifre. Alles klar?)

Considerando un 40% di bedlòns del cazzo che valgono sì e no 5%, 40% di falsi bedlòns secured che valgono 17%, 10% di bedlòns ben secured che valgono il 40%, e 10% di bedlons  che valgono non più del 10% otteniamo 14%, ossia PIU’ O MENO QUANTO HA PORTATO A CASA MONSIEUR MUSTIER (Ndr: che ha portato a casa il 13%, come ci ricordava il Sole 24 Ore).

Ps1. Queste le rilevazioni d’asta “as is” – inondando il mercato di immobili  garanzia in una economia stagnante per l’euro  i prezzi degli immobili andranno sempre più giù

Ps2 : la storia delle banche che si organizzano internamente per rivitalizzare il mercato delle garanzie con tanti bei portali IT è puro bullshit (Ndr: non me ne voglia il dr. Longo. Relata refero). Serve a imbonire analisti ed azionisti ed a dar da lavoro a bancari che altrimenti sarebbero già disoccupati.

[Nota per i diversamente familiari con i libri senza figure: qui finisce la citazione di Charlie Brown, che, come tutte le citazioni di autori terzi in questo blog, è scritta in font Courier].

Che dire? Ma... non molto. Aspettando che Leuropa decidesse quali erano le sue regole per gestire il nostro sistema bancario, abbiamo fatto deteriorare ulteriormente la situazione. Il diavolo, ovviamente, è nei dettagli. Il Sole 24 Ore ci informava dell'accordo concluso da Mustier in questi termini. E il solerte Charlie Brown commentava per me pochi giorni addietro (ricomincia il Courier):

ARTICOLO IDRAULICO MOLTO IMPORTANTE (Ndr: per Charlie Brown "idraulico" significa: "che spiega il funzionamento dei flussi finanziari"):

Se leggi bene tra le righe (ma neanche tanto) vedi la “gabola”.

Come fa Banco-Bpm ad ottenere il 38% quando Unicredit ottiene solo il 13%?

Vogliamo dire che i milanesi avevano solo sofferenze immobiliari garantite da “immobili di pregio”?

E poi questi “immobili di pregio” quanto si pensa valgano oggi con un mercato in devastante crisi di domanda ?

Quindi i bilanci bancari  non sono leggibili ad un operatore finanziario esterno – e l’equity delle banche non vale un cazzo: se ci investi sicuramente perdi valore! Strano come quello che ha chiesto ed ottenuto 13 miliardi d al mercato vero dietro promessa di trasparenza  ora non riesca a vendere al 30% ma solo al  13%.


(...forse non è chiaro: vogliono le nostre case. Hanno mandato un ampio spettro di economisti, da Monti a Piketty, a dirci che - in fondo - ce lo meritiamo, l'esproprio: la casa è "improduttiva". Sono arrivati questi espertoni, a rincalzo di un frame comunicativo lanciato dalla Bce - quella che ha scritto il programma del PD - sul quale perfino De Grauwe, un finto "non allineato", ha avuto da ridire. Ma si sa: è la Bce che traccia il solco, e il Bruegel che lo difende... Sì, certo, i colleghi "problematizzano", dicono che c'è una ricca research agenda, dicono che è strano che un paese che risparmia tanto come la Germania appaia in media così povero - qui va anche detto che parte di quei risparmi sono delle imprese, non delle famiglie: profitti reinvestiti, ecc. - ma intanto il messaggio che passa è che noi cialtroni del Sud siamo ricchi e quindi siccome noi abbiamo fatto il danno - non le loro banche - ora dobbiamo metterci una pezza con le nostre case. Oggi Cristiano Manfrè su Twitter ha espresso la sua disperazione. Una torma di improvvisati patrioti si è alzata cingendo la testa dell'elmo di Scipio e accusandolo di disfattismo. Ma è anche vero quello che mi diceva ieri sera Marco Basilisco: "Gli italiani, perché non reagiscono? Gli hanno toccato i redditi, poi i figli, ora anche le case: che altro ci vuole?" Non lo so. Io so solo che per molto tempo ho abitato all'angolo fra via degli Scipioni e via Fabio Massimo. Una interessante intersezione. Deve avermi influenzato subliminalmente. Ma... non è questo il momento di temporeggiare: lo staff mi aspetta, dobbiamo fare un sopralluogo... Voi riflettete, e cercate di capire qual è la vostra linea del Piave: il Jobs act non ha funzionato, la Buona scuola meno che meno, la svendita delle vostre case sembra non vi interessi... Così, però, lo straniero passa, cari amici...)